La Precedenza

In fondo è solo una questione di sguardi. Come l’amore. Affrontare correttamente un rondò alla francese impone una predisposizione all’empatia, allo sviluppo di una relazione fulminea. D’altronde, ogni cosa alla francese implica una immanente sensualità.

Insomma, giunti in prossimità del girotondo urbano, ecco la prima difficoltà: accedere al cerchio magico, perché una volta dentro  si potrà roteare maestosi pretendendo che ci venga ceduto il passo.

Ecco che assurge a chiave di (s)volta proprio lo sguardo: vi è da torcere il collo a sinistra e puntare gli occhi negli occhi dell’avventore motorizzato. Solo dalla sua espressione  si potrà intuire se tratterà la precedenza alla stregua della virtù di sua sorella o se invece dispenserà la dolcezza di chi annuisce con le palpebre, consentendoci graziosamente l’inserimento.

I piloti del primo tipo  strombazzeranno al primo cenno di avvicinamento al rondò, come un grido di guerra, aizzando l’imponente veicolo subumano alla conquista del diametro cittadino, compensando una triste quanto deficitaria virilità.

I piloti dolci arriveranno invece a diminuire l’incedere,  quasi felici di condividere la danza centrifuga,  fino a completare la piroetta e accomiatarsi  con un ultimo sguardo fugace.

Ma una volta all’interno dell’arcuata via, le insidie, si sappia, non sono finite.  Sovente si incrociano antiche utilitarie con nonnine coeve che si impossessano lentamente della precedenza, glissando -  insopportabili -  lo sguardo del re, come fanno i bambini, che si reputano invisibili sol perché tengono chiusi gli occhi.

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Ciò che Manzoni ha omesso di raccontare ai promessi sposi

1) All’interno delle fedi va inciso il nome. Solo che nella tua va inciso il nome suo e viceversa. Se non fai mente locale mentre le ordini, un anello farà malissimo e l’altro ballerà.

2) Il giorno del matrimonio non è il più bello della tua vita. E’ solo il più costoso, stancante e irrazionale, quello in cui i comunisti diventano borghesi e gli atei credenti, per un’oretta.

3) Durante la cerimonia le mamme piangono perché realizzano quante zie in più avrebbero potuto invitare.

4) Durante il pranzo non si fa tin tin sui bicchieri gridando bacio bacio perché è veramente poco chic, cazzo.

5) La prima notte di nozze è obbligatorio fare all’amore altrimenti il matrimonio è rato ma non consumato e, dopo tutto quello che hai speso, rischiare l’annullamento mi pare una minchiata.

6) Vivere insieme non è difficile, basta lasciarsi andare alla dissociazione schizofrenica e trovare il bagno come tu stesso l’hai appena lasciato. O viceversa.

7) Le suocere devono stare ad almeno due isolati dalla casa coniugale. Se per avventura avessero le chiavi, sarebbe solo per consegnarle alla polizia in caso di acceso litigio degli sposi con passaggio alle vie di fatto.

8) Per far finire un matrimonio bastano millecinquecento euro di avvocato: quindi darsi per scontati sol perché giuridicamente vincolati è come rilassarsi durante una crociera al Giglio.

9) Il segreto per un buon matrimonio è non smettere mai di baciarsi.

10) Il segreto per un buon divorzio non ve lo posso dire. Non gratis, almeno.

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Soli

 All’alba, stamane, nello spicchio di notte che sovente mi vede affrontare i nodi gordiani dell’umanità intera mentre agogno invano il ritorno del sonno, ormai scioltosi nelle luci che filtrano dai buchini della tapparella, ho focalizzato l’attenzione sulle persone sole che ho incontrato in questi anni. Le ho catalogate, mentre con l’altro emisfero del cervello vaneggiavo una stesura ragionata dell’articolo 18, con esiti  – modestamente  – anche più lucidi di quelli poi riportati dalla stampa del mattino. E credetemi: non ci voleva molto.

I single, dicevo, vivono un discrimine esistenziale che li porta naturalmente a suddividersi in due macrocategorie: gli amanti di se stessi e gli abbandonati dal mondo crudele.

I primi si godono la beatitudine della libertà solinga, orgogliosi di rifuggire gli scomodi compromessi della convivenza, si coccolano, aprono bottiglie pregiate senza ospiti, intrattengono rapporti privilegiati col divano sul quale spesso si producono in sessioni ipsatorie senza tema di reprimenda, anzi con una punta di intimo compiacimento anche estetico. Non si sentono soli, ma semplicemente in compagnia di se stessi e si piacciono, magari non sempre, però con l’autocompiacimento che non occultano alle masse. Spesso sono soli per scelta, ma se annoverano abbandoni, si godono la solitudine per ripicca. Sentono il bisogno degli altri sottoforma di nostalgia, giammai di pura tristezza. E trovano sempre gli altri, anche solo concedendosi graziosamente.

Gli abbandonati dal mondo crudele godono invece di una sempiterna compagnia: il senso di colpa. Loro è la colpa di essere stati lasciati, di non aver saputo mantenere vivo il rapporto, di non essere attraenti abbastanza per conoscere semplici amanti o interessanti un minimo per intrecciare nuove relazioni sociali . E si trascurano, mortificandosi con enormi bigodini esistenziali. L’autoerotismo non è mai una festa quanto un surrogato di amori sempre impossibili, in quanto – ovviamente – immeritati. La solitudine per loro è la giusta punizione per non-essere.

Facile tifare per la singletudine fiera, più difficile condividere il silenzio fragoroso della solitudine assoluta, che atterrisce quanto un abisso buio, sordo e umanamente immeritato.

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Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che  rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi,  alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

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Ops…

La taverna della mia morosa era costantemente in penombra, freschissima d’estate e perfetta per guardare la tv stesi sui divani senza troppi riflessi accecanti.

Anche quel sabato andai a pranzo da lei, con la sua famiglia al completo.

In ossequio ai miei compiti, scesi in cantina a prendere del vino rosato e, passando per la taverna, la notai in piedi davanti allo schermo: si attardava con le ultime notizie prima di salire a preparare la tavola. La luce fioca delle finestrelle disegnava in flebile controluce la sagoma amata. Mi avvicinai con passo felpato, le scostai i capelli dalla nuca e le baciai a lungo il collo cingendole la vita.

Lei si girò, e sorridendomi mi disse: “ a cosa devo tanto affetto?” Mi bloccai interdetto perché mi stavo rocolando mia cognata Laura, la quale per l’occasione aveva pensato bene di acconciarsi i capelli come la sorella maggiore, traendomi così in deplorevole inganno, complice il favore delle semitenebre.

Per anni fui graziato in virtù delle circostanze attenuanti appena riferite, tuttavia, la scorsa notte di Natale, la mia signora, con rigurgito revisionista, mi ha ricordato un contegno recidivo.

Pare infatti che nel lontano 1987, a bordo di una Panda 30 alla volta di Ajaccio, ebbi ad accarezzare furtivamente la caviglia di Antonella, seduta dietro, proprio accanto a Chiara. Insomma questione di millimetri e beccavo la caviglia giusta.

Mi consola il fatto che nessuna delle molestate abbia pensato di urlare o percuotermi e che la Procura si tuttora ignara delle mie malefatte.

Chi sarà la prossima?

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La cura

L’abitudine alle cose belle è un pugno in faccia alla buona sorte. Darle per scontate le impoverisce e poi le soffoca di egoistica anossia.

Certo, le induciamo perché siamo capaci, scaltri o caritatevoli, ma le cose belle, quelle belle veramente, sono pur sempre cosmiche botte di culo, tanto che  i nostri meriti riposano solo sulla cura di tali fortune, giammai sulla genesi.

La cura non ha regole scritte, la tradizione orale è paternalistica, saccente e sporadica, come ciò che state leggendo, tuttavia possiamo naturalisticamente mutuare le cautele che riserviamo ad una pianta, postulando che il pollice verde altro non sia che sensibilità.

E allora non anneghiamola di affetti se è un cactus, concediamole la luce degli altri se vogliamo che fotosintetizzi felicità, osserviamone i cambiamenti al passaggio delle stagioni, senza paura di imporle luoghi alternativi e nuova terra fertilizzata, se soffre l’ambiente.

E poi parliamole, così superando l’iniziale imbarazzo dato dalla presunzione che non ci sappia ascoltare.

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La donna nuda

E’ buffo l’erotismo dei bambini. Sconcertante, a volte. Di certo luminosa fonte di aneddoti e ricordi esilaranti  che genitori, nonni o maestre non vedono l’ora di raccontarsi poi alla sera, al riparo dalle orecchie  innocenti dei piccini.

Io parlo dei maschi, perché di quelli so. Anzi parlo di quei pochi con cui ho avuto a che fare. 

Mia madre un giorno mi raccontò divertita che da piccolo avrei voluto fare il medico; e che alla sua domanda afferente ai motivi di tale encomiabile scelta professionale, densa di implicazioni eroiche, ebbi candidamente a rispondere: per vedere i culetti.

Non so se un brivido le percorse la schiena, ipotizzando scenari equivoci e gomorreschi, di certo si rasserenò poi negli anni ottanta, vedendomi così affezionato alla tradizione.

Il mio secondogenito a due anni non fu da meno,  la volta in cui, godendosi i gustosi bacetti della mamma sulla pancia, la esortò a non trascurare il pisellino.

Quell’erotismo gioioso che ammanta il contegno (comunque composto) dei maschi della mia famiglia, pare conservarsi intatto negli anni: ancora oggi, così come nella prima adolescenza, continuo ad avere moti di gioia infantile quando mi trovo una donna nuda nel letto. Anche se è sempre la stessa.

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