Milady

•13 Novembre 2009 • 17 Commenti

Era facile scorgere quella Bentley color champagne spettinare i girasoli nella commovente pianura toscana. Nel Chianti non ci si sorprendeva più per lo sfoggio di opulenza britannica. Quell’automobile d’altri tempi era quasi un appuntamento fisso per i contadini della zona, che quotidianamente interrompevano le loro gesta millenarie, si toglievano il cappello di paglia e strizzavano gli occhi contro il sole per carpire il segreto celato dai vetri oscurati.

Mollemente adagiata sui lussuosi divani posteriori, viaggiava lei, tra un Soroptimist e un Rotary, bellissima quanto annoiata dagli agi immeritati della sua fortunata esistenza di ereditiera. Il grosso cappello, diverso ogni giorno per foggia e nuance, la riparava dal sole generoso di giugno e dagli sguardi invidiosi del popolo bestemmiatore.

Al ritorno dai noiosi the di beneficienza era solita abbassare il vetro divisorio e rivolgersi pigramente all’autista:” Well, I’m not really hungry. I just..” A quelle parole il conducente era solito rimproverarla con mediterranea dolcezza. “In italiano, Milady. In italiano.” Poi accostava la vettura sul ciglio sterrato e conduceva la dama tra i girasoli, ottimi ad occultar il turbine dei loro amplessi, sovente consumati al costume delle fiere per far scempio di quelle terga d’oltremanica.

Quella settimana la beneficenza impose viaggi quotidiani e con altrettanta cadenza si consumarono gli spuntini bucolici tra i girasoli. “Well I’m not really hungry, but…” A quelle parole il maggiordomo accostava la Bentley color champagne e senza nemmeno togliersi la livrea espletava le sua mansioni, tormentando i lombi della sua graziosa datrice di lavoro.

Il sabato, la dama, visibilmente provata dai viaggi, abbassò il vetro dell’auto e con fortissimo accento british disse:

Ambrogio, it hurts me…… ho come un dolore al sedere.”

“Milady, con tutta la cioccolata che mangia!”  

 

—————————————–

(* per Elena quella di Londra)

Rivelazioni/ 7 – la felicità

•11 Novembre 2009 • 18 Commenti

La felicità non è un sentimento qualitativo. Non è che ti definisci felice sol perché i tuoi momenti di letizia sono particolarmente intensi.

A ben vedere non si tratta nemmeno di un sentimento quantitativo. Non basta avere reiterati lampi gioiosi per essere felici.

Sentirsi felici, infatti, non é essere felici. La prima è una percezione piacevole ma inesorabilmente transitoria, la seconda è una qualità dell’esistenza.

Forse, l’ottica corretta è quella di considerare la felicità come l’ottimistica dilatazione nel tempo delle sensazioni di gaudio.

Allora, non è felice chi gode, ma chi è convinto che godrà ancora.

Donne, du du du

•9 Novembre 2009 • 17 Commenti

Uomini si diventa. Donne si nasce.

No, stavolta i trans non c’entrano. Parlo di come gli uomini siano il risultato di un’evoluzione graduale del loro atteggiarsi, dove il risultato finale, salvo rari casi, non ha più nulla dell’origine infantile. Le donne invece nascono già donne. Il loro contegno femmineo, grazioso, dolce, ma  anche smorfiesco, malizioso e paraculo è presente già al primo vagito. La natura offre loro quest’arma micidiale da contrapporre al vigore fisico del sesso forte.

La determinazone, per esempio, è femmina. Le bambine non mollano mai e fino a quando non hanno ottenuto il risultato, continuano imperterrite il loro ballo gitano sugli zebedei paterni. I maschi hanno più misura, se non li hai viziati.

Il matrimonio, per dire, è una categoria che gli uomini fingono di non conoscere fin’oltre i trent’ anni. Le ragazze no. A 4 anni vogliono già accasarsi, siano esse disoccupate, ovvero parrucchiere, la professione femminile più ambita  in ambiti familiari di centro sinistra (veline per background più conservatori).

Ne ho avuto l’ennesima riprova stamattina, mentre andavo a recuperare la prole presso quell’accogliente ostello della gioventù che è casa di mia suocera.  Alle 7,30 una delle mie nipotine bionde, 4 anni abbondanti ma splendidamente portati, fa colazione con i baffi di cioccolata. Mi vede, sorride e mi svela di aver coronato il suo sogno:” Sai che ho dormito con il mio principe?”

I nove anni assonnati e principeschi del mio secondogenito scendono le scale, confermandomi la circostanza ineluttabile.

La sua espressione tradisce affetto e rassegnazione.

Appunto.

Attese

•6 Novembre 2009 • 11 Commenti

La vita è un susseguirsi di attese. Gli avvenimenti che la costellano altro non sono che l’epilogo di un intervallo sospeso e il contemporaneo avvio di un nuovo indugio. Le pause sono catalizzatrici dei pensieri più speranzosi, delle fantasie più recondite, delle illusioni più sfrenate e delle paure più buie.

L’attesa, come il vino, enfatizza le emozioni. Nell’attesa ci si macera oppure si gode, ben più che nel momento a cui finalmente si approda.

Chi come me ha urgenza di vivere, dimentica spesso il gusto dell’indugio e brucia tutto come un cerino, anelando – con dispendioso affanno - al risultato finale, che forse non delude, ma è sempre orfano della sua attesa e quindi inesorabilmente incompleto e parziale.

Trattenersi un attimo. Questo è il segreto, poco occidentale forse, velatamente tantrico e perverso,  ma facilmente sperimentabile.

Ieri ho provato. Una chiamata da Roma avrebbe cambiato la sorte di un’operazione importante. Mentre il display lampeggiava il nome del mio referente, ho lasciato imperterrito che la chiamata svanisse.

Poi ho goduto. 

Write or die (Kamikaze version)

•2 Novembre 2009 • 13 Commenti

E’ una follia mettersi alle 8 del mattino a scrivere col write or die. E poi ho scelto la modalità Kamikaze perché amo le sfide io. Si scrive di morti oggi. Oggi è la commemorazione dei defunti ma tutti lo chiamano il giorno dei morti, che pare un film horror con gli zombie che escono dalle tombe. Oggi quelli che hanno il culto dei morti vanno in cimitero, fanno la coda per entrare e poi per comprare i fiori e poi si attardano sul portone di ferro del camposanto a parlare con gli altri avventori e si dicono: son passati due anni e sembra ieri. Pensati che apparecchio ancora per lui. Mi sembra che ci sia ancora. Il culto dei morti è semplice nostalgia. A  volte è paura. Di certo non nel caso delle vecchiette che inculano i fiori nelle tombe dei morti degli altri e le mettono nei morti propri. Sono idiote le vecchie che fan così. Se credi che ti vedano dall’alto, pensi che gradirebbero avere sulla tomba dei fiori rubati?. (Se ti fermi a pensare i bordi dello schermo diventano sempre più rossi e poi se non scrivi in tempo si cancella tutto. mette ansia ’sta roba.) Io il culto dei morti forse ce l’ho. Sicuramente l’ho avuto vent’anni fa quando ogni domenica andavo sulla tomba di mia madre a con la mente le raccontavo quanto difficile era gestire i pezzi di famiglia che mi aveva lasciato in eredità. Non avevo rancore, si badi, ma solo urgenza di un report dal mondo dei vivi, quasi che a raccontar le cose il dolore si lenisse e io mi sentissi ancora più forte e guidato dall’alto a gestire tutte quelle cose adulte a soli 22 anni. Il babbo invece ha pensato di andarsene la notte di Halloween, ma questa è un’altra storia e le trecento parole sono finite. E ora è finito anche il tempo.

Single

•29 Ottobre 2009 • 32 Commenti

Ma che fine hanno fatto gli uomini? Questo mi chiedono le amiche, per inciso carine, giovani (almeno dentro), acute e papabili (anche nelle versioni pappabili e palpabili), ma inesorabilmente non accompagnate. Insomma, pare proprio che vi sia penuria (va’ che significativa assonanza).

Eppure, girando per la rete, tipo friendfeed, blogosfera, socialnetwork, tumbler, twitter, fucker and so on, sembra che i maschi soli siano un reggimento, tutti spregiudicati dietro lo schermo piatto, tutti trombeur de femme, tutti allupati a chiedere coccole elettroniche, easy petting, light sucking e paciugarti vorrei. Ma molti anche ad offrire poesie, dispensare tenerezza, regalare sensibilità e prodursi in spremute di cuore. Sono fantastici gli uomini della rete quanto a espressività dei sentimenti ad esternazione dei bisogni dell’animo e dichiarazioni d’amor. Ma allora perché non si incrociano domanda e offerta?

La colpa è della timidezza. Le anime blogghe son disadattate; accusano problemi relazionali ed espressivi e danno il meglio nascoste dall’anonimato elettronico. Davanti alla tastiera dicono cose che dal vivo non riuscirebbero nemmeno a pensare; col mouse raggiungono livelli di raro lirismo che di fronte ad un pubblico nemmeno balbetterebero paonazze. Rare le eccezioni, tra cui m’includo, non tanto per i disturbi del comportamento, che condivido, quanto per l’espressività, che mi dà da vivere.  

La soluzione ci sarebbe: andrebbe mischiata con coraggio la rete col mondo reale, introducendo a internet i refrattari e facendo alzare i disadattati dalle sedie, che aprissero la finestra per mostrare gli occhi al mondo, incontrandosi non solo tra loro nei camp, oasi impermeabili a chi non mastica di blogosfera, ma nelle piazze o attorno a tavole imbandite. 

L’esperimento io l’ho fatto ed è riuscito benissimo, tanto che ultimamente ho adottato una blogger di successo: la sfamo, la porto in vacanza, le dispenso consigli inascoltati (comunque tardivi) e in cambio ricevo il suo amore vellutato e imprescindibile, generato da un cuore così grande che ha dovuto farsi crescere le tette per nasconderlo (e qui lei mi piange. E ne ha ben donde).

Non è facile svelarsi al mondo, abbandondando la comoda coperta dell’anonimato. Significa porsi di fronte ai propri fantasmi, alle sempiterne debolezze, alle placide insicurezze, ma se ne esce più consapevoli, più forti, più belli, anche.   

Perché il bello delle relazioni umane sta nell’associare le parole alla carne.

 

 

Genova

•26 Ottobre 2009 • 22 Commenti

E’ lunga Genova. Mentre lasci il saliscendi di cemento e approdi al lungomare sgombro dai container, ti vien da dubitare che sia ancora la stessa città da tanto è lunga. E’ una striscia di mare che ti accompagna per trenta chilometri senza farsi annusare. Perché Genova non sa di mare.

Ci sono i palazzi di vetro dell’America intervallati dalle brutte sopraelevate, c’è un po’ di Milano in via venti, palazzi torinesi a contorno di piazza De Ferrari, la kasbah di Marrachech in faccia al Porto Antico. Nei caruggi tutti i cantori intonano paraculi De Andrè e Fossati mentre gli alpini fanno le ronde con un occhio alla vetrina del bar che proietta la Samp dal satellite.

Sono dolci i genovesi. Mica ti fan pesare che hanno Renzo Piano che ogni tanto riordina, e ti raccontano di Lauzi che si vedeva sempre meno in Piazza Erbe perché ormai stava tanto male poverino e poi ti confessano candidi quanto adorino i genovesi famosi che restano a Genova, mica come Villaggio.

Ti vien voglia di viverci a Genova appena scopri di poter mangiare fuori in maniche di camicia a ottobre inoltrato, ma poi ti chiedi in quale Genova riusciresti a rispecchiarti. 

E così se continui a scendere scorgendo ormai il monte di Portofino, finisci a Boccadasse, sulla spiaggia che prelude alla farinata. Mentre guardi i condomìni galleggianti della MSC crociere che si allontanano al tramonto per soli 700 euro a settimana, ti rendi conto che e a Rovigo, per dire, il cielo in una stanza mica la si poteva scrivere.

Perchè la musica, a Genova, è sposata col mare.

Consulting

•22 Ottobre 2009 • 14 Commenti

Quest’estate incontrai un vecchio pastore nell’entroterra marchigiano. Era solo o forse era in compagnia del suo sterminato gregge che placidamente si godeva la collina verdissima profumata di sole. Fumava la pipa il pastore e leggeva attentamente un libro in francese, seduto su un largo tronco tagliato di recente.

Fu più forte di me avvicinarmi e farmi burla del villico: Maestro  – dissi -  se individuo il numero delle sue pecore, me ne regala una? Mi guardò incuriosito e rispose: certo

Sono 245 dissi. Lui stupito allargò le braccia e sconsolato mi fece cenno di riscuotere il premio.

Mi allontanai con la bestia sul collo ma giunto in cima alla collina egli mi urlò: Se individuo il suo mestiere, mi restituisce l’animale? Al mio sì disse con sicumera: lei fa il consulente!

Rimasi basito. E sa come ho fatto a indovinarlo? Per tre motivi:

1) nessuno aveva richiesto la sua presenza;

2) mi ha detto cose che sapevo già;

 3) si è portato via l’unico cane della collina.

Giorgio e la Betty

•20 Ottobre 2009 • 24 Commenti

Mi era già successo con la Carla e Sarkò. Mi ricapita con Giorgio il Brizzolato e la Betty Canalis: sono coppie così improbabili che fan simpatia.

Nessuno, né la loro mamma, né il loro agente e men che meno il loro cane crede alla sincerità del reciproco e repentino sentimento.

Però pensate per un attimo al loro dramma: se succedesse davvero? Puta caso che a furia di frequentarsi ad uso e consumo dei media, uno dei due involontariamente si invaghisca dell’altro come un merluzzo sentimentale del baltico. Che poi, mica son brutti ragazzi (ciò si intenda al netto del francese). Magari, chennesò, ammirano il modo sexy di addentare il sushi o si inteneriscono di fronte al viso stropicciato del risveglio o si innamorano della barba lunga che raspa sul maglione a girocollo grigio in finto cashmere cinese. Son persone umane anche loro. Può succedere.

Pensate alla Betty che magari fra qualche mese guarda Giorgio e gli dice: “I do love you, now”. E il brizzolato che risponde “No paparazzi, no amore.” Che tristezza è?

Io, che son sensibilone, la Betty straziata che piange non la reggerei. E guardate che succederà.  Perché Giorgio è infingardo. Figo ma infigardo. E poi ci ha le palle di ghiaccio che deve metterle nel Martini.

Ecco.

diet report

•18 Ottobre 2009 • 29 Commenti

Yes we can, anca massa.

Grande giubilo alla Splendid House per il debello lipidico. I primi due chiletti hanno abbandonato Monsieur le Pansutin, e i love roll stanno assumendo le misere sembianze di due involtini primavera.

Il segreto di questo primo successo? Determinazione, sofferenza, privazioni e altre afflizioni che vi risparmio. Ma no, pavidi grassottelli che non siete altro, scherzo. La determinazione basta e avanza, anche se non è il caso di cantar vittoria visto che i primi 2 chili sono sempre i primi ad andarsene, come i migliori amici.

Pochi gli accorgimenti: poco burro alla mattina, brioche solo alla domenica, yoghurtino alle 11, a pranzo tanta verdura cotta e cruda e pesce, almeno quattro volte a settimana (costa dimagire…). A cena quintali di bresaola ( non tutti s’un colpo), crudo parma magrissimo e petti di pollo alla piastra come se piovesse.

Naturalmente bisogna fare sempre due spuntini, uno a metà mattina e l’altro alle 5 del pomeriggio: ciò ti evita di mangiarti il tavolo ai pasti principali e non fa impensierire il metabolismo, il quale, se s’incazza, comincia a trattenere i grassi anche dall’acqua minerale.

Ma il segreto assoluto è la mela: poco prima dei pasti toglie la famazza. E poi fa tanto bene una mela al giorno, come ben sanno i medici disoccupati.

Capitolo alcool. Lo spritz all’aperol apporta 140 calorie, un mojito 200, pina colada 500 (tipo un big mac) e un margarita può arrivare a 850, quanto una pizza. (No, Silvia, non puoi fare una dieta solo liquida. SMETTILA!). La mia dietologa mi diceva sempre: “essere a dieta e far festa di notte è come pulirsi col giornale radio“.

Tutta gioia ’sta dieta? No. C’è anche tanta tristezza. Ci sono i caldi vini rossi che ondeggiano negli enormi bicchieroni, il pasticcio della suocera col formaggio che fila mentre lo serve agli altri, c’è il venerdì senza spritz che manco inizia il week end. E tu che tenti di suicidarti percuotendoti col sedano, il finocchio diventa il tuo compagno preferito (questa è servita su un piatto d’argento), la bresaola, diciamolo, stanca alla prima fetta e pasteggiare ad acqua è eccitante come le primarie del PD. E’ vero, è concesso un quadratino di cioccolata alle 22, ma la vera consolazione arriva solo da specchio e bilancia.

Allora, membri di dietology, coraggio. Il cammino è ancora lungo, ma lastricato di buone intenzioni. Gnam!