Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che  rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi,  alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

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Ops…

La taverna della mia morosa era costantemente in penombra, freschissima d’estate e perfetta per guardare la tv stesi sui divani senza troppi riflessi accecanti.

Anche quel sabato andai a pranzo da lei, con la sua famiglia al completo.

In ossequio ai miei compiti, scesi in cantina a prendere del vino rosato e, passando per la taverna, la notai in piedi davanti allo schermo: si attardava con le ultime notizie prima di salire a preparare la tavola. La luce fioca delle finestrelle disegnava in flebile controluce la sagoma amata. Mi avvicinai con passo felpato, le scostai i capelli dalla nuca e le baciai a lungo il collo cingendole la vita.

Lei si girò, e sorridendomi mi disse: “ a cosa devo tanto affetto?” Mi bloccai interdetto perché mi stavo rocolando mia cognata Laura, la quale per l’occasione aveva pensato bene di acconciarsi i capelli come la sorella maggiore, traendomi così in deplorevole inganno, complice il favore delle semitenebre.

Per anni fui graziato in virtù delle circostanze attenuanti appena riferite, tuttavia, la scorsa notte di Natale, la mia signora, con rigurgito revisionista, mi ha ricordato un contegno recidivo.

Pare infatti che nel lontano 1987, a bordo di una Panda 30 alla volta di Ajaccio, ebbi ad accarezzare furtivamente la caviglia di Antonella, seduta dietro, proprio accanto a Chiara. Insomma questione di millimetri e beccavo la caviglia giusta.

Mi consola il fatto che nessuna delle molestate abbia pensato di urlare o percuotermi e che la Procura si tuttora ignara delle mie malefatte.

Chi sarà la prossima?

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La cura

L’abitudine alle cose belle è un pugno in faccia alla buona sorte. Darle per scontate le impoverisce e poi le soffoca di egoistica anossia.

Certo, le induciamo perché siamo capaci, scaltri o caritatevoli, ma le cose belle, quelle belle veramente, sono pur sempre cosmiche botte di culo, tanto che  i nostri meriti riposano solo sulla cura di tali fortune, giammai sulla genesi.

La cura non ha regole scritte, la tradizione orale è paternalistica, saccente e sporadica, come ciò che state leggendo, tuttavia possiamo naturalisticamente mutuare le cautele che riserviamo ad una pianta, postulando che il pollice verde altro non sia che sensibilità.

E allora non anneghiamola di affetti se è un cactus, concediamole la luce degli altri se vogliamo che fotosintetizzi felicità, osserviamone i cambiamenti al passaggio delle stagioni, senza paura di imporle luoghi alternativi e nuova terra fertilizzata, se soffre l’ambiente.

E poi parliamole, così superando l’iniziale imbarazzo dato dalla presunzione che non ci sappia ascoltare.

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La donna nuda

E’ buffo l’erotismo dei bambini. Sconcertante, a volte. Di certo luminosa fonte di aneddoti e ricordi esilaranti  che genitori, nonni o maestre non vedono l’ora di raccontarsi poi alla sera, al riparo dalle orecchie  innocenti dei piccini.

Io parlo dei maschi, perché di quelli so. Anzi parlo di quei pochi con cui ho avuto a che fare. 

Mia madre un giorno mi raccontò divertita che da piccolo avrei voluto fare il medico; e che alla sua domanda afferente ai motivi di tale encomiabile scelta professionale, densa di implicazioni eroiche, ebbi candidamente a rispondere: per vedere i culetti.

Non so se un brivido le percorse la schiena, ipotizzando scenari equivoci e gomorreschi, di certo si rasserenò poi negli anni ottanta, vedendomi così affezionato alla tradizione.

Il mio secondogenito a due anni non fu da meno,  la volta in cui, godendosi i gustosi bacetti della mamma sulla pancia, la esortò a non trascurare il pisellino.

Quell’erotismo gioioso che ammanta il contegno (comunque composto) dei maschi della mia famiglia, pare conservarsi intatto negli anni: ancora oggi, così come nella prima adolescenza, continuo ad avere moti di gioia infantile quando mi trovo una donna nuda nel letto. Anche se è sempre la stessa.

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il senso di colpa

La colpa è il laccio della libertà e tarlo imperituro delle nostre anime.

C’è quella atavica, che profuma di incenso o di minestra della nonna. Colpisce quelli con una spiccata sensibilità, una cultura meditata o una madre rompicoglioni.

C’è quella generata dalla vergogna dei nostri contegni, ormai non più un confine alla decenza – ormai superato - bensì la sentenza del rimorso, la morsa delle conseguenze, il tramonto delle promesse.

Infine c’è quella dei fortunati, che nel viver belle vite avvertono la colpa di non essere felici.

La battaglia va quindi combattuta, perché la colpa atavica è mera superstizione, la vergogna attende solo contegni più accorti e l’infelicità dei fortunati è solo incredulità.

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lo scalpore dei giusti

La soglia umana dell’orrore si eleva per necessità: è così che il medico si abitua al sangue, il soldato alla morte, il commercialista ai fallimenti, l’avvocato alla menzogna.

Ma la soglia umana della decenza, quella no. Quella dipende dai modelli, dagli esempi, dai leader.

Siamo preda di omuncoli prostituiti e privi di coraggio che si accompagnano a donne dalle grandi labbra e dalla poca virtù. L’Italia dei miti, degli attoniti disgustati e dei colti impotenti sembra attendere, inerte, chiusa in un bunker con la tv a manetta, la fine della devastazione.

Meglio smettere di ascoltare e tornare a leggere, riprendersi le parole terse degli onesti, appoggiare gli occhi sulle verità della storia raccontata dai vecchi, attendere senza cedere alla violenza che questa follia fatta di immonde scorciatoie si calmi.

E a te, donna mediatica che venderesti la mamma, voglio rivelare che il gossip è pigrizia, la corruzione non è segno di astuzia, il denaro arricchisce ma non eleva e la figa non è soggetta a partecipazione statale.

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Beppe

Primo giorno, al liceo: mi guardo attorno spaesato, alla disperata ricerca di volti amichevoli o almeno non del tutto sconosciuti.

Niente. Proprio non conosco nessuno.

Mi viene incontro Beppe, tutto scuro in viso, capelli ricci, di sembianze negroidi ma in realtà soltanto calabro. Ha tutte le mani e gli avambracci ingessati. Lo guardo, mi guarda e mi dice:

- ho fermato una vespa con le mani.

- madonna ma così tanto ti ha punto?

- era una Vespa Piaggio, precisa Beppe.

Poi siamo diventati amici, ma non tanto perché lui era tantissimo comunista.

 

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Me ne infisco

“Fai nero tu? Eh, magari potessi”.

La spiegazione è tutta qui. Per gli italiani pagare le tasse è un contegno da sfigati, proprio come occupare la corsia più libera a destra in autostrada, passare le ferie con la suocera o guardare la tv a capodanno.

La reprimenda morale non manca e ce la propinano i forzati del fisco, quelli tassati alla fonte, spesso mossi solo da invidia verso gli evasori. Si elude sulla parcella, sulla manutenzione della caldaia, sulle ripetizioni o sull’alloggio romano frequentato per pochi giorni. E’ un fatto culturale, come correre in macchina fottendo l’autovelox o saltare la fila dei musei all’estero.

Eppure l’etica esiste nel popolo italico. Prendete una partita di calcio: lo spettatore può avere appena parcheggiato il SUV nel posto disabili fuori dallo stadio, magari dopo aver investito un reduce di guerra zoppo, di colore, all’uscita dalla sinagoga, ma a quel primate non fate vedere un gol di mano o l’ingiustizia di un rigore negato. Le regole sono sacrosante nel calcio. O in carcere, vedete che fine fanno quelli al gabbio per reati odiosi alla comunità dei reclusi.

La realtà è che siamo un popolo culturalmente immaturo, pigro e refrattario alle regole civiche, come se avessimo ancora nel dna l’urgenza di incularci i Borboni. Sorge l’esigenza di un’educazione civica efficace: regole chiare, spaventose e inflessibili,  che rendano estenuante ogni tentativo di elusione. Per capirci: l’introduzione del tutor, strumento inflessibile che calcola la velocità media e quindi ineludibile, ha falcidiato tasche e punti degli automobilisti indisciplinati, ma ha dimezzato i morti sulle autostrade. Quel sistema funziona perché è fortemente repressivo.

Finiamola però con i finti moralismi e la gara tra chi evade per necessità e chi per diletto, proviamo ad ammettere che la festa è finita davvero, diamoci e accettiamo nuove regole, magari serie e non destinate a punire solo corridori finto monegaschi o tenori defunti.

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il cerchio

 e c’è stato un momento in cui ci siamo disposti in cerchio, tutti e cinque, con mezze gambe nel mare. Un impulso, nessuna preordinazione, solo l’urgenza di subitanea condivisione: pareva un segnale codificato. In quella posa abbiamo naturalmente abbassato le difese, innalzato la confidenza, esteso l’intimità. I consigli, i pareri, i dubbi e le risa a galleggiare sugli increspati e sinceri riflessi assolati.

Minuti. E poi, quasi vergognosi del girotondo, abbiamo rotto il cerchio e ognuno è tornato a pisciare nel suo mare.

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dillo

Per una volta non aver frenato la lingua, lasciando che i pensieri fluissero liberi, scevri da orgogliose timidezze e svincolati da vergognose reticenze, mi fa stare meglio, ora.

La prudenza verbale inibisce le espressioni più crude, diventa bandiera avvolta di architetture diplomatiche e aiuta a galleggiare sulle acque comode e oleose del quieto vivere, ma soffoca la spontanea  manifestazione dei concetti, quelli autentici, che sgorgano col tepore animale dei baci alcolici o del latte appena munto.

In una manciata di frasi le ho espresso stima, riconoscenza, affetto e progettualità da condividere. Un frullato variopinto pure al sapore di frutta con tutti i concetti che vorresti sentire da un socio. Occhi lucidi di gioia. Ciao, vado al mare, io.

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Ora che gli occhi bagnati di sua madre esigono speranze, io elargisco certezze perché non ammetto alternative, mi specchio nel pavimento asettico del reparto per distogliere lo sguardo dagli intubati e mi chiedo come mi sentirei, ora, se avessi taciuto.

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