Dance dance, dance.

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dance

Per il popoloso mondo dei timidi due sono i momenti imbarazzanti di un matrimonio cattolico: il primo è lo scambio del segno di pace, quando cerchi invano di asciugarti la mano sudaticcia mentre con la coda dell’occhio sbirci quali astanti paiono disponibili a renderti pace. Il tutto correndo il rischio dell’incrocio di strette di mano dei parenti limitrofi, fonte di imperitura sfiga.

L’altro, a fine banchetto, occorre quando la sposa viene in cerca di te, proprio di te, sì, sulle note di Alive and Kickin’; e ti scova curvo e malcelato dietro il trionfo di frutta caramellata della Mesopotamia. Mentre opponi una blanda resistenza di maniera, ella ti trascina sculettante in mezzo alla pista, il DJ alza le braccia mimando il ritornello, duecentottanta occhi ti guardano e tu devi scegliere. Ma in realtà una vera scelta non ce l’hai: non puoi fingere di esserti appena storto la caviglia o simulare un’improvvisa crisi di asma. Devi ballare o rovinerai la festa agli sposi, e di certo non vuoi incrinare il futuro del connubio amoroso testé suggellato.

Una festa può dirsi riuscita solo se almeno la metà degli invitati si abbandona alle danze, e questa è una regola. Ma è venuto il tempo di occuparsi dell’altra metà, quella potenzialmente in grado di sculettare a ritmo, ma attanagliata dalla presunta goffa inadeguatezza dei propri movimenti rispetto alla pista gremita di ardimentosi, dalla incapacità di assecondare quella cassa in quattro e partecipare compiutamente all’evento collettivo. Insomma, la metà inchiodata al suolo dalla vergogna, qui spogliata dalla positiva accezione di pudore, e tristemente strutturata a guisa di cintura di castità dell’espressività umana.

Ballare in pubblico, per il popoloso mondo dei vergognosi, è liberatorio come camminare nudi su una spiaggia. Sull’arenile adamitico come sulla pista stroboscopica siamo tutti uguali, come mamma ci ha fatto. L’altrui sguardo, se ostinato, cela solo invidia per le membra sobbalzanti.

Fiesta

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camicia

La sociologia dovrà spiegarci – e in tempi ragionevoli – perché uomini e donne approcciano con contegno diametralmente opposto alla vestizione, nell’imminenza di un party estivo.

Scontata la frase di lei mentre staziona di fronte all’armadio stracolmo (“oh non ho un cazzo da mettermi”) stupisce come la preparazione dell’outfit sia vissuta tanto diversamente, come se lui e lei andassero a eventi diversi. La femmina si agghinda per profondere eleganza e sesso, battere la concorrenza, sbugiardare le rifatte, sfoggiare quell’abitino che non mette mai e se non lo mette stasera quando lo mette, lui sembra non veda l’ora di sbracarsi, in quel casual finto trasandato che insomma tanto finto non è. L’uomo vive la festa come una ghiotta occasione per liberarsi, la donna come un raro (e mai cercato) momento per esibirsi.

E quando giungi alla festa, resti abbacinato  da cotanta femminea beltade: spalle inattese, décolleté mozzafiato, cosce sorprendenti, tacchi da base jumping, paillettes degne di un capodanno monegasco anche se sei ai 45 della maestra di zumba. E mentre cerchi di contenere il capogiro ipertensivo da overdose di pelle esposta, ti volti verso l’angolo aperitivo e rimani stupito dal numero di camerieri convocati. E invece no, non è il personale di sala, sono gli invitati maschi, raccolti in una macchia di colore uniforme e abbagliante: il bianco ultracandeggiato. E allora ti guardi e realizzi che pure tu non hai avuto alcuna esitazione davanti all’armadio, indossando senza tema di reprimenda la divisa virile da summer party. Camicia bianca manica lunga arrotolata sull’avambraccio, rigorosamente fuori dai pantaloni.

La spiegazione? Semplice, e prevedibile come spesso è l’uomo: il bianco fa onore alla festa e l’abbandono dei lembi fuori dalla cinta svolge il duplice ruolo di comunicare informalità e celare la rotondità che dopo i quaranta tende a stabilizzarsi e a conferire fascino, magari in magica combo col capello brizzolato.

Mo vi voglio davanti all’armadio.

 

 

 

 

 

 

 

Sun of a beach

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mare

I piedi duri e intirizziti da quel sempiterno crampo che è l’umido inverno polentone sprofondano senza alcuna fretta nella sabbia etrusca, immergendosi nel tepore materno e uterino dell’arenile ventoso. Maggio volge al termine, la febbre si arrende, il dolore scema, i nervi mollano le bricole, la nuca cessa di pulsare. E l’aroma dei pini maremmani ti rammenta che il maestoso cappello della Feniglia presto lenirà il calore del sole meridiano  sul tuo capo finalmente liberato.

 

Prodigarsi

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denaro

Accumulare denaro è insano. Determina feroci scompensi umorali quando le azioni della tua banca, in pratici rotoloni, assolvono ormai a funzioni igieniche, provoca frequenti  disturbi del sonno mentre valuti rumori notturni provenienti dalla cassaforte al pian terreno. Per non parlare dei preparativi per la prossima partenza: l’allocazione segreta di gioielli, pellicce e argenteria sarà motivo di ansia incontrollabile. Ah, poi c’è tutto un mondo di sospetti fondatissimi di amicizie o amori leggermente interessati. Insomma, siamo sicuri che il denaro porti la felicità? Mah, dipende.

Forse il segreto sta nell’avere denaro sufficiente per non pensare al denaro. E spendere il surplus, iniettando nuova linfa al commercio asfittico. Comprare libri, andare al cinema, visitare luoghi, farsi massaggiare, testare ristoranti stellati o fare beneficienza. Solo così il denaro rende realmente felici. Accumularne con contegno disneyano porterà solo alle nevrosi tipiche del più ricco di Paperopoli.

Non è un caso, del resto, che le famiglie molto abbienti siano spesso le più divise e infelici e che i figli viziati assumano sembianze di fallocefali. Infatti, posto che procurarsi il cibo conferisce un senso concreto alla vita, la pappa pronta rammollisce e annoia, inducendo i fortunati ad atteggiamenti deviati e insani. La colonna destra del Corriere ci propone con fierezza le effigi dei rampolli super ricchi, cagionando un acre rimpianto delle miniere del Sulcis, ma così, come palestra vitae.

L’accumulo della Roba è destinato ai tuoi amati eredi? Beh non sforzarti tanto, perché quando – sorseggiando un caffè – ti gusterai la scena dai candidi cirri siderali,  i tuoi figli li scorgerai intenti a contendersi i tuoi centesimi, la magione di famiglia e  – credimi – li sentirai avere l’ardore e l’ardire di ricordarti ingiusto, per aver privilegiato sempre e solo gli immeritevoli.

Semper fidelis?

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coppia felice

L’ Unione Civile ossia il legame giuridico riconosciuto recentemente alle coppie omosessuali, non prevede l’obbligo di fedeltà, come invece (ancora) sussiste per il matrimonio.

Ci sono tra i due istituti delle parificazioni: in tema di patrimonio, regime legale, obblighi di assistenza e convivenza, ma mentre le coppie etero convolate a nozze dovranno astenersi dal cornificare, quelle gay pare di no. E non è una differenza di poco momento. E’ vero, l’aver tolto adozioni e obbligo di fedeltà rappresenta il tributo pagato al furore cattolico di parte del governo per l’ok al testo di legge, ma è anche vero che in altri paesi non furiosamente cattolici, l’obbligo di fedeltà per le coppie omosessuali unite giuridicamente non è stato volutamente previsto.

In sostanza questa legge, che da noi nasce monca, sotto il profilo della libertà sessuale potrebbe risultare involontariamente all’avanguardia. Ma se così fosse, dovremmo ammettere che retrogrado è il matrimonio tradizionale.

Il punto è: esiste una sorta di sinallagma tra il dovere/piacere di prendersi cura di una persona con cui si sceglie di vivere e la pretesa che non scopi con altri? Perché io ti dovrei magari mantenere e accudire mentre tu dimeni leziosamente le terga al Mucca Pazza, con esiti gaudenti? Gli obblighi di convivenza e assistenza è giusto che siano svincolati dalla fedeltà?

Sinceramente credo di no. Il senso di un’unione sentimentale è l’esclusiva, almeno come regola.

L’aver cancellato l’obbligo di fedeltà nelle unioni civili italiane ha avuto quale unico scopo la mancata parificazione al matrimonio, e ciò influirà anche sulle possibili adozioni, posto che difficilmente un giudice riterrà stabile una coppia non fedele.

Etica della fotografia

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afghanistan

Il rapimento di un’emozione e la sua detenzione imperitura in confini geometrici. Questo è per me la fotografia. E passi che in “post produzione” il fotografo ritocchi saturazione, contrasto, luci e colori, per riportarli a ciò che ha impressionato la sua retina o che la sua mente ha involontariamente mediato, ma photoshop, cazzo no, no e ancora no.

Photoshop è la mistificazione dell’essere, l’inganno della mente, la negazione della realtà terrena e lo si tollera giusto per mercanteggiare prodotti, molto meno se ha fini anoressizzanti sulle modelle.

Modificare digitalmente la struttura di un’immagine significa falsificare la realtà immortalata, (laddove immortalare ha un che di immutabile e definitivo, non a caso). Non si inganna la fonte stessa dell’emozione, e non ci si burla delle emozioni degli spettatori.

Ingenuo che sei, mi han detto, tutti ritoccano le foto. No, mi spiace, esiste un limite etico che informa le opere degli artisti fotografi e li differenzia dai pubblicitari, posto che i primi ti legano per istanti bellissimi alla loro cruda realtà, i secondi ti inducono futili bisogni.

 

 

Cogito ergo sim

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perfetti-sconosciuti

Perfetti sconosciuti è ben scritto. Un paio di (belle) battute andavano forse ritardate di qualche attimo per non sembrare provenienti da un copione e il solito romanesco masticato e in presa diretta spesso lasciava solo intuire parte del dialogo, ma complessivamente è un film godibile.

La pellicola suggerisce che tutti abbiamo tre vite: una pubblica, una privata e una segreta contenuta nella sim del cellulare. Può essere, in effetti. E altrimenti sarà nella memoria del pc o in un diario di carta o semplicemente negli anfratti del cervello, ‘sta vita segreta.

La domanda sottesa è: ma l’amore di coppia esige come indefettibile tributo l’assoluta trasparenza e la reciproca rivelazione di ogni recondito impulso sentimentalmente rilevante? (Lo so: ora sembro Carrie Bradshow).

Forse no. Il punto è che la trasparenza totale mira ad accertare se il partner è adempiente al patto di esclusiva insito nei rapporti di coppia nostrani. E ciò senza contare che la fedeltà è una perversione tutta occidentale secondo Schopenauer (tutto gli fanno dire a Schopenauer, e se non è lui è Kirkegaard, poracci).

Ma attenzione: si può essere fedeli e tuttavia intrattenere rapporti epistolari imbarazzanti o soggetti a facile fraintendimento. Oppure scrivere sconcezze platoniche via web senza mai slenguazzare aliunde. Oppure semplicemente essere maiali e distratti.

Quindi bisogna dirsi tutto o no? Forse no perché: a) se sei fedifrago devi anche tenerti il senso di colpa poiché la confessione è la parte più vile del tradimento (l’ho scritta io ma non so dove) e b) se sei fedele ma hai rapporti fraintendibili devi salvaguardare il partner dalla gelosia e quindi tieni in ordine sto cazzo di telefono pieno di tette e culi.

E a voi che spiate il telefono del partner dico: mai acquisire elementi probatori in maniera fraudolenta se non li potete utilizzare nel processo. Tradotto significa: perché rischiare di acquisire verità scomode che comunque non potete contestare, salvo ammettere, umiliandosi, l’avvenuta ricerca meschina nella sim altrui?

Sim o meno, il telefono è solo un mezzo di agevolazione del tradimento. Ciò che forse è entrato in crisi è lo schema tradizionale della coppia. Magari la fedeltà in futuro non sarà più un dogma, si tornerà all’amore libero e svolazzante e così, finalmente, gli avvocati potranno serenamente estinguersi.

 

Scrittori

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parete_di_libri

Da dove nasce questa irrefrenabile pulsione alla pubblicazione, che tu sia sconosciuto, vip, giornalista, dj, comico o attore? Forse le motivazioni sottese alla furia editoriale divergono tra Noti e Ignoti: se sei famoso, hai bisogno di legittimarti all’intellighenzia dei salotti mediatici con queste duecento pagine sottobraccio che magari ti ha scritto un amico letterato o un prezzolato ghostwriter. E se non sei nessuno?

Ecco, se sei un perfetto sconosciuto è probabile che tu scriva perché nessuno ti ascolta. Registro un pauroso deficit di esseri umani disposti ad ascoltarne altri, per disinteresse generale verso il prossimo, scarso tempo a disposizione o iperattività da social network che satura la predisposizione all’interlocuzione di carne e di ossa. Qualunque sia il motivo, sta di fatto che a te, caro scrittore in erba, non ti caga proprio nessuno. E allora componi, metti in ordine le parole e le affidi ai posteri in una sorta di testamento, spesso tramite la rete, visto che editori di carta non ne troverai.

Già, nell’immaginario collettivo lo scrittore vero è solo di carta. Quello kindle friendly è solo un ripiego da esordiente rifiutato e tuttavia speranzoso che qualche major dell’editoria se lo fili dopo decine (centinaia? migliaia?) di copie elettroniche vendute su Amazon. Certo, avendo capitali in esubero, si può pensare a una lussuosa autopubblicazione cartacea, ma è una scelta simile all’onanismo con le unghie smaltate.

Ma c’è un motivo ancora più subdolo che pulsa tra le dita degli aspiranti Ken Follet de noantri: essere scrittori è veramente, ma veramente figo. L’autore è sempre tormentato, agghindato con dolcevita nero e giacca in velluto con le toppe, asperge di fascino le masse e rimedia eserciti di donne questuanti una dedica. E ovviamente fornica senza requie.

Ebbene, io che mi atteggio con distaccata saccenza, in realtà incarno esattamente lo scrittore esordiente autopubblicatosi su Amazon e dolcemente rifiutato o semplicemente ignorato dagli editori nazionali. Merito questo trattamento? Naturalmente no, perché (detesto la modestia artificiale) ho letto parecchie opere ben peggiori delle mie eppure orgogliosamente presenti sugli scaffali delle librerie, per motivi più o meno nobili. Tuttavia non è sufficiente la scrittura piacevole e ben strutturata, ci vuole il colpo di fortuna, l’editor incuriosito e soprattutto un testo che abbia anima. Un libro ben scritto eppur  disanimato è pari a una donzella di graziose fattezze, ma priva di sex appeal. Non attrae, non ti induce a scoprirla.

E ora creiamo il colpo di fortuna. I miei libri sono qui e qui, e tu –  editore distratto  – prepara pure il contratto, mentre io indosso il dolcevita.

 

Red Tie

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cravatta

Ignoro quale dinamica spinga l’uomo a scegliere la cravatta del mattino. Posso ipotizzare che il criterio principe sia cromatico e che il nostro, nell’oscurità imposta dal rispetto coniugale, tenti di abbinare la cravatta al completo preventivamente selezionato, sperando di aver imbroccato le tinte al buio.

Io, invece, parto dai calzetti, anche se li detesto. I bastardi scompaiono, cambiano forma, si bucano, sono accoppiati male per foggia, marca, modello anche se spesso subdolamente si assomigliano. Proprio per questo parto da loro: vedo ciò che passa il convento, ci abbino il vestito e solo dopo arrivo a scegliere il cappio elegante, sempre che la situazione lavorativa lo imponga.

L’altro giorno, però, ho realizzato che i suddetti criteri non sono esaustivi. Esistono anche scelte che sono mosse da elementi soprannaturali, ipercinetici, metempsicotici,  telepatici. Avevo un incontro con una collega brasiliana insieme a colleghi istituzionali.  Insomma: la formalità si intrecciava con l’amicizia, la conoscenza e si sfiorava con la saudade. Metto d’impulso una cravatta rossa e penso – non so perché – proprio a uno dei colleghi che andavo a incontrare. L’epilogo è intuibile: io e questo collega indossavamo una cravatta rossa. Stesso criterio? Lui veste spesso con cravatte di quella tinta? Un caso? Una magia? Non lo so.

Comunque sia, alla fine, ciò che veramente vi interessa  – ammettetelo – è sapere se la collega brasiliana fosse gnocca o meno.

Non saprei. Però era molto competente. Molto.

Ars tua, vita mea

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Oloferne

Nelle polverose soffitte di Tolosa trovi un po’ di tutto, anche cose ottimamente conservate. E se ti viene un dubbio, te ne vai a Parigi e chiedi a chi ne sa, puta caso il Louvre, che magari ti illude: “potrebbe pure essere. In quel caso varrebbe 120 milioni di euro”.

Ora: l’arte è di chi la guarda, non degli esperti. Appartiene solo a chi prova emozioni umane, mistiche o divine nello stazionare per pochi minuti o per l’intera esistenza di fronte a un’opera. Attribuirla (o meno) a questo o quell’autore influisce sulla sua quotazione e sulle edizioni future dei manuali e dei cataloghi, ma non sulle sensazioni che quell’opera scatena, che rimangono intime e disancorate dagli expertise. E poi, diciamocelo: in moltissimi casi l’attribuzione compiuta dagli esperti è fallace o quantomeno opinabile.

E allora Merisi, è roba tua o no?

Se avessimo gli strumenti tecnici e culturali, potremmo valutare i caratteri stilistici, come disegno, colore, composizione, soggetto e ovviamente fare colti riferimenti e paragoni con altre opere. Ma non li abbiamo. E non siamo obbligati ad averli. E se anche li avessimo, non basterebbero.

Quello che propongo è un nuovo criterio: dell’anima scossa, certamente rivoluzionario, esclusivamente emotivo, tutto di pancia. Simile a quello che conduce le donne in attesa – a proposito di pancia – , a percepire il sesso del nascituro o a sognarlo, ben prima delle immagini ecografate.

Caravaggio è un’esperienza sensoriale e non ti bastano gli occhi per viverlo. Questo Oloferne non mi arriva, non mi sconvolge, i tratti del viso non comunicano il terrore della morte, l’espressione di Giuditta è da selfie e la vecchia sembra rapita da altro, tipo il sugo lasciato sul fuoco, di là,  in cucina.

Insomma: no, io non me lo compro.

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