Ars tua, vita mea

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Oloferne

Nelle polverose soffitte di Tolosa trovi un po’ di tutto, anche cose ottimamente conservate. E se ti viene un dubbio, te ne vai a Parigi e chiedi a chi ne sa, puta caso il Louvre, che magari ti illude: “potrebbe pure essere. In quel caso varrebbe 120 milioni di euro”.

Ora: l’arte è di chi la guarda, non degli esperti. Appartiene solo a chi prova emozioni umane, mistiche o divine nello stazionare per pochi minuti o per l’intera esistenza di fronte a un’opera. Attribuirla (o meno) a questo o quell’autore influisce sulla sua quotazione e sulle edizioni future dei manuali e dei cataloghi, ma non sulle sensazioni che quell’opera scatena, che rimangono intime e disancorate dagli expertise. E poi, diciamocelo: in moltissimi casi l’attribuzione compiuta dagli esperti è fallace o quantomeno opinabile.

E allora Merisi, è roba tua o no?

Se avessimo gli strumenti tecnici e culturali, potremmo valutare i caratteri stilistici, come disegno, colore, composizione, soggetto e ovviamente fare colti riferimenti e paragoni con altre opere. Ma non li abbiamo. E non siamo obbligati ad averli. E se anche li avessimo, non basterebbero.

Quello che propongo è un nuovo criterio: dell’anima scossa, certamente rivoluzionario, esclusivamente emotivo, tutto di pancia. Simile a quello che conduce le donne in attesa – a proposito di pancia – , a percepire il sesso del nascituro o a sognarlo, ben prima delle immagini ecografate.

Caravaggio è un’esperienza sensoriale e non ti bastano gli occhi per viverlo. Questo Oloferne non mi arriva, non mi sconvolge, i tratti del viso non comunicano il terrore della morte, l’espressione di Giuditta è da selfie e la vecchia sembra rapita da altro, tipo il sugo lasciato sul fuoco, di là,  in cucina.

Insomma: no, io non me lo compro.

E se domani

E insomma un po’ mi è mancato questo posto, lo ammetto. Quando si torna in un luogo semi abbandonato lo si spolvera un po’, si tolgono le lenzuola dai divani, si lascia scorrere l’acqua marrone fino alla ritrovata limpidezza. E si cambia la disposizione dei mobili. Fatto. Ma apriamo pure le finestre e cambiamo le tende.

In realtà l’ho abbandonato io, questo luogo un tempo ameno, ma non i lettori, vedo con piacere: le statistiche mi rivelano che non c’è stato un solo giorno in cui almeno una decina di avventori da Italia, Stati Uniti, Finlandia, Svizzera non abbia fatto una capatina, chissà poi seguendo quale ignoto percorso o parola scabrosa. Ma sono automatismi dell’internet legati alle parole chiave, suppongo, per cui c’è poco da vantarsi. Son capitati per caso. Però mi hanno letto, ossia hanno fatto proprio un mio pensiero, magari per un istante. E ti pare poco?

Non so cosa ne farò di questo blog. Magari potrei cambiargli il nome visto che splendidi lo siamo ancora, ma quarantenni ancora per poco. O forse dovrei abbandonarlo al cosmo, celebrarne la fine tipo Fandango e magari aprirne un altro con la barba bianca. Ma lo regge un blog il confronto con la frenesia dei social network? Il real time delle chat? I commenti dei commenti, con le notifiche che trillano sullo smartphone e tu che rispondi in mezzo alla strada, meritandoti l’arrotamento da Suv iperconnesso che magari sta commentando proprio te? No che non lo regge.

Non lo regge no. E se invece fosse solo un buen retiro, un cantuccio ombroso sotto una quercia rassicurante, uno spritz morbido senza troppo ghiaccio dove poter tornare a scrivere con calma i propri pensieri, senza l’ossessione di far sempre i brillantoni in tempo reale o l’esigenza di trovare un editore cartaceo dei tuoi pensieri romanzati?

Già gli editori, magari un giorno ne parliamo con calma.

Ora torno a spolverare. Ci si vede sotto la quercia.

Brescia di piombo

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La banda bresciana mi ha beccato. Dopo quarant’anni di silenzio, uno mi ha chiesto l’amicizia su facebook e io l’ho data, come la do sempre a tutti.

Una masnada di gnari sprezzanti del pericolo, nata all’ombra dei palazzi di via Corsica tra i prodromi del 68 e il piombo dei flobert.

Dai pochi rilievi fotografici a disposizione e dalle testimonianze agevolate da un pirlo al Campari, sono emerse imputazioni molteplici: si va dalla banda armata di racchette da tennis in legno, alle lesioni plurime a ginocchia e gomiti durante corse clandestine su velocipedi volutamente rumorosi grazie a mollette e cartone sui raggi. L’elenco è sconfortante e comprende risse aggravate perché poste in essere prima di finire i compiti e poi una sfilza di reati contro il patrimonio.

L’allora teste chiave, tale Ricchetto di professione agricoltore, ebbe a riferire di continui furti di pannocchie durante le operazioni di sgranatura (glissando però sull’utilizzo di manodopera minorile), sottrazione reiterata di frutta colta con destrezza o già in deposito, nonché corse di cavalle imbizzarrite sui fondi del medesimo agricoltore, il quale pare non disdegnasse l’eccesso di legittima difesa sparando a sale sui membri del consorzio criminoso.

E come per ogni banda di masnadieri impuniti,  le leggende si sprecano.

La meno verosimile narra di un vendicatore mascherato, detto l’indiano per via del suo costume da pellerossa, che avrebbe salvato i miti dagli aggressori, i piccoletti dai grandi, menando senza requie su e giù dal muretto di cinta dei campi del precitato Ricchetto chiunque osasse anche solo infastidire i più deboli. La leggenda si ferma al 1973, anno in cui v’è flebile traccia di una sua fuga in Veneto, lasciando sul suolo della Leonessa cuori infranti e il ricordo imperituro delle sue eroiche gesta.

Covert

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Aveva ragione Lele. Raccogliersi su orgogliosi natanti un’oretta al giorno rinforza le spalle e apre la mente. E così, mentre remavo fiero su quel dono della navigazione, con un passato remoto da pedalò e un presente indicativo da moscone, discorrevo con la coppia di passeggeri in amore, lasciandomi Rimini nord alle spalle e scorgendo all’orizzonte i Balcani, o forse un semplice scoglio, ma non mi soffermerei su dettagli che appesantiscono lo scritto.

Non fu una tempesta di cervelli, fu piuttosto un minestrone di verdura, un’accozzaglia di reminiscenze accademiche, sensibilità altruistiche, master in counseling e tanta fame. Sta di fatto che mi dilungai in un’articolata analisi dei contegni assunti nei social network o nei blog da una nutrita serie di portatori sani di nostalgia, tristezza, solitudine, incapacità di relazionarsi efficacemente col prossimo, di intrecciare relazioni sentimentali durature o anche organizzare una semplice copula occasionalis quale mero remedium concupiscentiae.

Non mi tornava un dato: molte di queste persone non avevano il bagaglio di sciatteria dei depressi, anzi dimostravano stile, amor proprio, progettualità, grinta in qualche caso. Sembravano ostentare la loro incapacità a relazionarsi o la inguaribile sfortuna cosmica quasi per dar vita con gli altri astanti di pari indole ad un’escalation di sfighe esistenziali sempre più invalidanti.

A questa mia ultima affermazione la coppia galleggiante si guardò negli occhi vispi ed esclamò all’unisono: covert!

Camuffai, come di consueto, l’ignoranza crassa con un brillante battutone del tipo: “ma tipo covert dell’iphone o di un pezzo anni 80?”  ed essi, sconsolati, replicarono: narcisismo covert, mozzo ignorante. In pratica il lato nascosto del narcisismo, in cui prevalgono sentimenti di inferiorità, fragilità, vulnerabilità, paura del confronto, ipersensibilità alla critica.

Sebbene l’impulso di buttare a mare quegli odiosi saccenti adriatici mi tormentò fino a riva, devo ammettere che rimasi folgorato dalla scoperta di questo disturbo della personalità che ignoravo colpevolmente, tanto da indulgere con i conoscenti covert, ritenendoli, a torto, depressi, come se poi un disturbo fosse migliore dell’altro.

Dopo quella fruttuosa uscita in barca, stranamente esente da chinetosi e vomitini in cambusa, ho dovuto rivedere il mio giudizio sui narcisisti. Certo anche di quelli “overt” dall’ego ipertrofico, quelli che son sempre i migliori, ma che quando non vincono ostentano invece la propria vulnerabilità per attirare attenzioni o sfuggire alle critiche, con oscillazione negativa dall’autostima quasi stucchevole.

Brutte persone. Siamo.

Made in Italy

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L’Italia ha i nervi a pezzi e crisi depressive con tratti evidenti di autolesionismo, oltre a  profonde carenze affettive. Ha perso i punti di riferimento paterni, mentre spesso anela a rapporti con la madre, a pagamento ovviamente.

Analizziamo, piangendo a dirotto, dove abbiamo sbagliato.

La diffidenza. Lo Stato non si fida di noi e la cosa è reciproca. Ci vieta il contante, tenta di monitorarci la vita, ma non è in grado seriamente di sanzionarci. E’ un marito geloso che segrega la moglie in casa invece di interrogarsi sulla causa delle corna.

L’astuzia. Furbo è figo, onesto è sfigato. Navighiamo nelle clausole vessatorie scritte in piccolo e guadagniamo sul malinteso.

L’onestà è diventata un lusso emotivo, come il volontariato, una sorta di espiazione di peccati originali personalissimi.

L’egoismo. La competitività degli anni 80 aveva almeno un PIL inebriante. Quella di oggi è una guerra di disperati, che si sorridono in un loft e si sputtanano nel confessionale.

Il rispetto. Confondiamo la politica con l’amministrazione, la casta con le istituzioni. Non riusciamo ad accettare l’autorità delle scelte maggioritarie e invece di confrontarci limitiamo il ragionamento unilaterale a 140 caratteri.

L’autostima. La Germania, travestita da Europa, ci ha fatto credere che non valiamo un cazzo. E ci ha pure convinto.

Asciughiamo le  lacrime e pensiamo alla soluzione, che forse passa attraverso la conoscenza e la solidarietà.

Solo il sapere ci protegge dall’insicurezza, dalla truffa, dal calo di autostima, dalla scelte sbagliate. Poniamoci domande invece di dare risposte, verifichiamo l’onestà delle fonti, studiamo la storia, leggiamo i contratti prima di firmarli e i giornali, tutti, prima di votare. Certo, è pronto lo slogan: dotti ed edotti.

E poi la solidarietà: ciò che rende un paese realmente migliore. Non quella ipocrita e interessata dell’aiuto indiscriminato ai fancazzisti, ma quella che premia i volenterosi e lenisce gli sfortunati incolpevoli. Ci sta anche una redistribuzione della ricchezza, con nuovi criteri, consapevoli che il comunismo è credibile quanto la fedeltà degli uomini trascurati.

Laico misticismo

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Le chiese quando sono vuote appartengono ai pensierosi.

Loro, i meditabondi, entrano spingendo portoni immensi e strizzano gli occhi, per vincere il buio che presto si colora delle vetrate, con l’incenso residuo intriso di cera. Si siedono nell’eco dei passi lenti, dei bisbigli di speranza e degli sguardi misericordiosi alle pareti.

Le chiese vuote sono oasi di pace a cui si accede liberi da confessioni e titoli d’ingresso. Servono a distendere i pensieri raggrumati come le lettere battute troppo in fretta nelle vecchie Olivetti.

Nelle chiese vuote il silenzio scaccia la fretta, si deposita nelle pieghe dei bisogni e soffia via la polvere delle delusioni: e i nuovi pensieri incedono lenti, nitidi e giusti.

Dalle chiese vuote si esce sempre migliori. Ma solo per un po’.

Lessons in love

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E se l’amore, quello vero,  arrivasse solo dopo i quaranta?

Ma sì,  dopo la fatidica, meravigliosa e irripetibile soglia anagrafica si verificano le condizioni ottimali per una relazione duratura,  soddisfacente, magari definitiva.

Siamo cartesiani, analizziamole con rigore queste condizioni.  Intanto  – siamo schietti – abbiamo residue velleità riproduttive nella maggior parte dei casi, e ciò  esime la neocostituita coppia di ultraquarantenni dal sempiterno scontro figli/non figli. Chi ha dato ha dato, insomma, e se poi capita si chiama figlio della maturità.

Ah già, la maturità. Pure quella serve. Aiuta a comprendere le paturnie altrui, a capire i propri limiti e a portare a termine analisi spazio-temporali del tipo “tientelo stretto che di treni non è che ne passano come a Bologna centrale”.

E’ possibile anche  che dopo i quaranta raggiungiamo una certa sicurezza economica o che la crisi ci abbia completamente schiantati tanto da trasformare in professione il nostro hobby preferito, come pisciare il cane altrui (moltiplicato beninteso per settanta bestie, se ci vuoi campare).

Ecco, c’è un unico problemino dopo i quaranta. Non hai più palle di prenderti qualcuno in casa. Parlo della tua casa, quella che hai arredato negli anni coi risparmi e col sudore, a tuo insindacabile gusto, e che stai finendo di pagare lasciando un terzo di pisciate di cane alla banca.  Quel nido che è un po’ grandino per uno ma MIODDIO è piccolissimo per due.

E allora? Allora l’amor felix over 40 non ammette convivenza.

Amanti maturi: statevene ognuno a casa sua e vedetevi solo nei week end, nei ponti, in vacanza e alle feste comandate. Non è già moltissimo? Prendete il meglio della relazione e non fatevi ingannare dal bagliore del risveglio quotidiano insieme: è una scocciatura  aspettare anche di lunedì che si liberi il bagno. E il dentifricio, e mi incasini i cd, e le mutande mettile a lavare e cazzo sciacqua quelle tazze della colazione invece di mollarle nel lavello. Non annichilite la passione con le tetre incombenze casalinghe occasionate dal casino altrui.

Pensateci: la libertà cos’è se non due ali e un corpo solo.

Vacationes

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In infradito, a petto nudo e in un secco giardino d’Aragona,  festeggio il mio Ferragosto e penso alle vacanze, con quattro cicale che fanno da controcanto a Pat Metheny.

In ferie ci ritroviamo al cospetto di noi stessi, con l’irrisolto che si ripropone a guisa di pimientos e le nevrosi che si acuiscono, complici i bagagli, l’ansia del cosa avrò dimenticato, del moriranno le piante e del che magri troverò  i gatti, poveri gatti.

La comoda routine quotidiana addomestica il senso di colpa, stordisce i bisogni primari, alza la soglia del sopportabile, rende il bello procastinabile. Ma poi la vacanza arriva puntuale, per legge,  e dalla tranquillizzante sequenza ti devi forzatamente astenere per contratto collettivo. E allora cominciano i guai.

I primi tre giorni hai un corto circuito nel cervello, tutto è un magma convulso che ti batte sulla nuca, un festival di scimmie che ti si accoppiano furiosamente sul collo. Ti vengono le afte sulla lingua, l’herpes sulle labbra, la congiuntivite, l’aritmia che tanto è solo stress da cui ti distrai solo interrogandoti se il male a destra in basso è appendicite o colite spastica.

Dal quarto giorno ricominci a parlare coi congiunti, che nel frattempo ti ignoravano spauriti. Riesci a dilatare la frequenza degli sguardi al telefono, metti in dubbio la tua imprescindibilità rispetto al PIL nazionale, ti accorgi che i figli sono cresciuti, riacquisti sensibilità in varie parti del corpo. Se tua moglie si avvicina non ti schermisci con l’avambraccio minacciandola col mestolo.

Dal quinto  giorno riesci perfino a seguire la trama del libro che hai messo in valigia senza stare ore sulla stessa pagina a pensare al lavoro.

Dopo una settimana la nebbia finalmente si dipana e realizzi, come un convalescente scevro da sedativi imposti, che la vita ha in realtà dei colori nitidi, dei profumi intensi, che in fondo ti piace anche stendere i tanga, anche se ti rimane il dubbio di dove vada la molletta. E’ il momento in cui sei certo di mollare tutto e aprire un bacaro venexiano alle Canarie e occuparti del benessere altrui. Di rado ti appare la Vergine in sogno.

Dalla seconda settimana sei completamente sciolto. Indossi pinocchietti mimetici e canotte attillate, sorridente e abbronzato vai a fare la spesa al mercato conversando in idioma locale con la fruttivendola napoletana, e sì, ormai sei definitivamente convinto che questa è la tua nuova vita e chissà come avrai fatto per tutti questi anni con quei fottuti ritmi del cazzo.

E poi un giorno apri gli occhi, ti alzi, tenti di richiudere le valigie e torni verso casa. Ma per poco, solo per sistemare le ultime cose.

Di botto

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Ti succede di sicuro un sabato mattina, di botto.  Ti svegli, ovviamente troppo presto per un giorno di festa, e prendi coscienza che la tua funzione riproduttiva/educativa – sì insomma quella principale –  è passata alla fase due. Si sta esaurendo, per dirla tutta. Nel giro di poche stagioni i tuoi figli saranno personcine autonome che ti diranno ciao ciao esco oppure vado in vacanza fate i bravi. Al limite esigeranno automezzi in prestito o provvista in contanti.

No, no, niente lacrime vi prego. Per i figli che crescono la commozione va trattenuta con dignità. Pianti a dirotto merita invece l’evoluzione dei genitori, nell’esatto istante in cui sentiranno la porta chiudersi, si guarderanno nel silenzio della casa vuota,  realizzando di essere di nuovo soli, al cospetto l’uno dell’altro, senza quello scopo che per tre o quattro lustri li ha resi utili al mondo e fondamentali per l’evoluzione della specie.

La scena me la immagino così, in bianco e nero ovviamente: la madre si appoggia all’asse da stiro, poi si trascina sino al divano e  si siede sconsolata  sussurrando con gli occhi gonfi:”e adesso?” Il padre invece fa il duro, distoglie lo sguardo lucido,  sale in camera e, attenzione… mioddio mioddio: si mette la tuta.

NO  PER DIO, NOOOOOOOOOOOOOO

Vi scongiuro, o genitori abbandonati da post adolescenti autonomi, no no non mettetevi la tuta, non cominciate a lucidare le cornici delle sbiadite immagini di quando erano al corso di nuoto per neonati, uh qui camminava appena, guarda qua il primo dentino, uh qui è quando ha cagato sul kilim appena regalato dai suoceri. No signori, non ci siamo proprio.

Asciugatevi le lacrime e ripetete con me: qui siamo di fronte a una nuova primavera; qui abbiamo nottate libere, cinema in prima visione, ristoranti di lusso (pagate per due e non per quattro), viaggi esotici, ricchi premi e cotillon. Dai, vi voglio tonici e propositivi, magari in sella a una moto (oh le BMW pare siano le più comode) a scoprire ciò che vi siete persi in questi vent’anni di svezzamento. Qui non si sta più a casa una sera, anche perché ci sono loro a rocolarsi le morosette. Qui si vive, si gode, si lucidano emozioni impolverate da un ventennio di sforzi per conto terzi. Qui si riprende da dove si era interrotto, come se il film della vita fosse stato troppo tempo in PAUSE (espressione scontata e banale ma cinematografica da morire quindi la lascio).

Ah, e mai, dico mai cedere al senso di colpa che gli amorevoli cornutazzi vorranno insinuare nei vostri cuori ringiovaniti con frasi tipo: ma siete sempre fuori, peggio dei ragazzini.

E’ solo invidia. La risposta ragionevole, sensata e matura che dovrete dare è: “sti cazzi, raga, life is back” .

PS. Nel momento in cui pubblico questo post i miei figli sono in vacanza da cugini e amici. Eh beati loro. Mh sì, è  la prima volta. Sì, i miei bambini. No, ma sto benissimo eh.

avvertenze amichevoli

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Ho da poco appreso che le donne ignorano, rischiando sgradevoli malintesi domestici, il fantastico mondo delle  attività virilizzanti. E’ quindi socialmente utile colmare tale perigliosa lacuna.

Le attività  predette sono incombenze di appannaggio atavicamente maschile, ma – si badi – non perché siano meglio espletate dagli uomini, anzi a volte il risultato può destare sgomento,  ma perché il loro compimento influisce direttamente sulla immanente virilità del soggetto. E’ una sorta di ideale righello con cui misurarsi il pisello e la rima mi fa giuoco per sdrammatizzare l’argomento.

L’influenza diretta sulla virilità costituisce  il motivo per cui le gustose ironie, le battutone a tema, i sorrisini del cazzo o,  peggio, le critiche fondate e circostanziate non sono ammesse nemmeno laddove la donna spettatrice rinvenisse effettivamente vizi e difetti nell’opera completata dal maschio, alfa o beta poco importa.

E allora è inutile prolungare la suspance, che è solo fonte di ansia. Ecco alcune attività del gallo in ordine alle quali mai e dico mai le galline dovranno metter becco. La lista, volutamente aperta e in progress, è da leggersi con la serietà che l’argomento impone, quindi via quel sorriso dalle labbra, o donna.

Condurre l’autovettura. L’uomo guida veramente da Dio. L’improbabile ed eventuale leggera nausea dei passeggeri è dovuta a chinetosi cronica, xamamina scaduta, pranzo pesante, ipertensione, labirintite o piantala di spippolare sullo smartphone in macchina che poi con chi cazzo chatti tutto il tempo.

Accendere il barbecue. Solo l’uomo, non solo quello di Neanderthal, sa come gestire quel gran dono della natura che è il fuoco. Pensiamo alla quantità di carbonella, all’afferente diavolina, e poi la qualità dei fogli di giornale, la bassa pressione atmosferica, il numero di commensali,  insomma dati e coordinate che solo la mente maschile può interfacciare in un succulento algoritmo. Però tu puoi preparare i peperoni da grigliare.

Utilizzare il trapano. E a chi dovrebbe competere  la percussione e la penetrazione dopo aver stretto il mandrino? Ah, se poi il foro si ingrandisce a vista d’occhio, se la malta si sgretola, se senti odore di gas, se vieni accecata da un fiotto d’acqua calda o riesci a vedere la tv del vicino, donna, trattieniti e pensa solo alla scadente qualità costruttiva della casa che tu hai insistito per comprare.

Caricare i bagagli in macchina. Il principio fisico della incompenetrabilità dei trolley rigidi è un dato non così scontato. La compattazione delle sacche è un’arte e poi il lunotto deve rimanere sgombro, specie se metti i piedi sul cruscotto ostruendomi la vista dello specchietto retrovisore laterale. Il tuo beauty non è sempre necessario mentre il pallone migliora sensibilmente la villeggiatura dei ragazzi. E ora la prova finale. Ne sono certo, me lo sento: il bagagliaio si chiude senza sforzo e con un soave click. Musica, maestro.

Il sesso. Il tuo uomo è il miglior stallone al mondo. E lo sai. Ah e non è mica disattento, è che i preliminari sono sopravvalutati specie in giorni di Champions. E non è nemmeno troppo veloce, sei tu che ti attardi. E poi basta questo tecnicismo su clitoridi, punti g, zone erogene, piccole labbra, multiorgasmia e cunnilinghi;  eccheè: amore o una puntata di Quark?

Ah, ti è piaciuto?