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Da dove nasce questa irrefrenabile pulsione alla pubblicazione, che tu sia sconosciuto, vip, giornalista, dj, comico o attore? Forse le motivazioni sottese alla furia editoriale divergono tra Noti e Ignoti: se sei famoso, hai bisogno di legittimarti all’intellighenzia dei salotti mediatici con queste duecento pagine sottobraccio che magari ti ha scritto un amico letterato o un prezzolato ghostwriter. E se non sei nessuno?

Ecco, se sei un perfetto sconosciuto è probabile che tu scriva perché nessuno ti ascolta. Registro un pauroso deficit di esseri umani disposti ad ascoltarne altri, per disinteresse generale verso il prossimo, scarso tempo a disposizione o iperattività da social network che satura la predisposizione all’interlocuzione di carne e di ossa. Qualunque sia il motivo, sta di fatto che a te, caro scrittore in erba, non ti caga proprio nessuno. E allora componi, metti in ordine le parole e le affidi ai posteri in una sorta di testamento, spesso tramite la rete, visto che editori di carta non ne troverai.

Già, nell’immaginario collettivo lo scrittore vero è solo di carta. Quello kindle friendly è solo un ripiego da esordiente rifiutato e tuttavia speranzoso che qualche major dell’editoria se lo fili dopo decine (centinaia? migliaia?) di copie elettroniche vendute su Amazon. Certo, avendo capitali in esubero, si può pensare a una lussuosa autopubblicazione cartacea, ma è una scelta simile all’onanismo con le unghie smaltate.

Ma c’è un motivo ancora più subdolo che pulsa tra le dita degli aspiranti Ken Follet de noantri: essere scrittori è veramente, ma veramente figo. L’autore è sempre tormentato, agghindato con dolcevita nero e giacca in velluto con le toppe, asperge di fascino le masse e rimedia eserciti di donne questuanti una dedica. E ovviamente fornica senza requie.

Ebbene, io che mi atteggio con distaccata saccenza, in realtà incarno esattamente lo scrittore esordiente autopubblicatosi su Amazon e dolcemente rifiutato o semplicemente ignorato dagli editori nazionali. Merito questo trattamento? Naturalmente no, perché (detesto la modestia artificiale) ho letto parecchie opere ben peggiori delle mie eppure orgogliosamente presenti sugli scaffali delle librerie, per motivi più o meno nobili. Tuttavia non è sufficiente la scrittura piacevole e ben strutturata, ci vuole il colpo di fortuna, l’editor incuriosito e soprattutto un testo che abbia anima. Un libro ben scritto eppur  disanimato è pari a una donzella di graziose fattezze, ma priva di sex appeal. Non attrae, non ti induce a scoprirla.

E ora creiamo il colpo di fortuna. I miei libri sono qui e qui, e tu –  editore distratto  – prepara pure il contratto, mentre io indosso il dolcevita.

 

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