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Oloferne

Nelle polverose soffitte di Tolosa trovi un po’ di tutto, anche cose ottimamente conservate. E se ti viene un dubbio, te ne vai a Parigi e chiedi a chi ne sa, puta caso il Louvre, che magari ti illude: “potrebbe pure essere. In quel caso varrebbe 120 milioni di euro”.

Ora: l’arte è di chi la guarda, non degli esperti. Appartiene solo a chi prova emozioni umane, mistiche o divine nello stazionare per pochi minuti o per l’intera esistenza di fronte a un’opera. Attribuirla (o meno) a questo o quell’autore influisce sulla sua quotazione e sulle edizioni future dei manuali e dei cataloghi, ma non sulle sensazioni che quell’opera scatena, che rimangono intime e disancorate dagli expertise. E poi, diciamocelo: in moltissimi casi l’attribuzione compiuta dagli esperti è fallace o quantomeno opinabile.

E allora Merisi, è roba tua o no?

Se avessimo gli strumenti tecnici e culturali, potremmo valutare i caratteri stilistici, come disegno, colore, composizione, soggetto e ovviamente fare colti riferimenti e paragoni con altre opere. Ma non li abbiamo. E non siamo obbligati ad averli. E se anche li avessimo, non basterebbero.

Quello che propongo è un nuovo criterio: dell’anima scossa, certamente rivoluzionario, esclusivamente emotivo, tutto di pancia. Simile a quello che conduce le donne in attesa – a proposito di pancia – , a percepire il sesso del nascituro o a sognarlo, ben prima delle immagini ecografate.

Caravaggio è un’esperienza sensoriale e non ti bastano gli occhi per viverlo. Questo Oloferne non mi arriva, non mi sconvolge, i tratti del viso non comunicano il terrore della morte, l’espressione di Giuditta è da selfie e la vecchia sembra rapita da altro, tipo il sugo lasciato sul fuoco, di là,  in cucina.

Insomma: no, io non me lo compro.

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