E insomma un po’ mi è mancato questo posto, lo ammetto. Quando si torna in un luogo semi abbandonato lo si spolvera un po’, si tolgono le lenzuola dai divani, si lascia scorrere l’acqua marrone fino alla ritrovata limpidezza. E si cambia la disposizione dei mobili. Fatto. Ma apriamo pure le finestre e cambiamo le tende.

In realtà l’ho abbandonato io, questo luogo un tempo ameno, ma non i lettori, vedo con piacere: le statistiche mi rivelano che non c’è stato un solo giorno in cui almeno una decina di avventori da Italia, Stati Uniti, Finlandia, Svizzera non abbia fatto una capatina, chissà poi seguendo quale ignoto percorso o parola scabrosa. Ma sono automatismi dell’internet legati alle parole chiave, suppongo, per cui c’è poco da vantarsi. Son capitati per caso. Però mi hanno letto, ossia hanno fatto proprio un mio pensiero, magari per un istante. E ti pare poco?

Non so cosa ne farò di questo blog. Magari potrei cambiargli il nome visto che splendidi lo siamo ancora, ma quarantenni ancora per poco. O forse dovrei abbandonarlo al cosmo, celebrarne la fine tipo Fandango e magari aprirne un altro con la barba bianca. Ma lo regge un blog il confronto con la frenesia dei social network? Il real time delle chat? I commenti dei commenti, con le notifiche che trillano sullo smartphone e tu che rispondi in mezzo alla strada, meritandoti l’arrotamento da Suv iperconnesso che magari sta commentando proprio te? No che non lo regge.

Non lo regge no. E se invece fosse solo un buen retiro, un cantuccio ombroso sotto una quercia rassicurante, uno spritz morbido senza troppo ghiaccio dove poter tornare a scrivere con calma i propri pensieri, senza l’ossessione di far sempre i brillantoni in tempo reale o l’esigenza di trovare un editore cartaceo dei tuoi pensieri romanzati?

Già gli editori, magari un giorno ne parliamo con calma.

Ora torno a spolverare. Ci si vede sotto la quercia.

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