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La banda bresciana mi ha beccato. Dopo quarant’anni di silenzio, uno mi ha chiesto l’amicizia su facebook e io l’ho data, come la do sempre a tutti.

Una masnada di gnari sprezzanti del pericolo, nata all’ombra dei palazzi di via Corsica tra i prodromi del 68 e il piombo dei flobert.

Dai pochi rilievi fotografici a disposizione e dalle testimonianze agevolate da un pirlo al Campari, sono emerse imputazioni molteplici: si va dalla banda armata di racchette da tennis in legno, alle lesioni plurime a ginocchia e gomiti durante corse clandestine su velocipedi volutamente rumorosi grazie a mollette e cartone sui raggi. L’elenco è sconfortante e comprende risse aggravate perché poste in essere prima di finire i compiti e poi una sfilza di reati contro il patrimonio.

L’allora teste chiave, tale Ricchetto di professione agricoltore, ebbe a riferire di continui furti di pannocchie durante le operazioni di sgranatura (glissando però sull’utilizzo di manodopera minorile), sottrazione reiterata di frutta colta con destrezza o già in deposito, nonché corse di cavalle imbizzarrite sui fondi del medesimo agricoltore, il quale pare non disdegnasse l’eccesso di legittima difesa sparando a sale sui membri del consorzio criminoso.

E come per ogni banda di masnadieri impuniti,  le leggende si sprecano.

La meno verosimile narra di un vendicatore mascherato, detto l’indiano per via del suo costume da pellerossa, che avrebbe salvato i miti dagli aggressori, i piccoletti dai grandi, menando senza requie su e giù dal muretto di cinta dei campi del precitato Ricchetto chiunque osasse anche solo infastidire i più deboli. La leggenda si ferma al 1973, anno in cui v’è flebile traccia di una sua fuga in Veneto, lasciando sul suolo della Leonessa cuori infranti e il ricordo imperituro delle sue eroiche gesta.

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