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Le chiese quando sono vuote appartengono ai pensierosi.

Loro, i meditabondi, entrano spingendo portoni immensi e strizzano gli occhi, per vincere il buio che presto si colora delle vetrate, con l’incenso residuo intriso di cera. Si siedono nell’eco dei passi lenti, dei bisbigli di speranza e degli sguardi misericordiosi alle pareti.

Le chiese vuote sono oasi di pace a cui si accede liberi da confessioni e titoli d’ingresso. Servono a distendere i pensieri raggrumati come le lettere battute troppo in fretta nelle vecchie Olivetti.

Nelle chiese vuote il silenzio scaccia la fretta, si deposita nelle pieghe dei bisogni e soffia via la polvere delle delusioni: e i nuovi pensieri incedono lenti, nitidi e giusti.

Dalle chiese vuote si esce sempre migliori. Ma solo per un po’.

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