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In infradito, a petto nudo e in un secco giardino d’Aragona,  festeggio il mio Ferragosto e penso alle vacanze, con quattro cicale che fanno da controcanto a Pat Metheny.

In ferie ci ritroviamo al cospetto di noi stessi, con l’irrisolto che si ripropone a guisa di pimientos e le nevrosi che si acuiscono, complici i bagagli, l’ansia del cosa avrò dimenticato, del moriranno le piante e del che magri troverò  i gatti, poveri gatti.

La comoda routine quotidiana addomestica il senso di colpa, stordisce i bisogni primari, alza la soglia del sopportabile, rende il bello procastinabile. Ma poi la vacanza arriva puntuale, per legge,  e dalla tranquillizzante sequenza ti devi forzatamente astenere per contratto collettivo. E allora cominciano i guai.

I primi tre giorni hai un corto circuito nel cervello, tutto è un magma convulso che ti batte sulla nuca, un festival di scimmie che ti si accoppiano furiosamente sul collo. Ti vengono le afte sulla lingua, l’herpes sulle labbra, la congiuntivite, l’aritmia che tanto è solo stress da cui ti distrai solo interrogandoti se il male a destra in basso è appendicite o colite spastica.

Dal quarto giorno ricominci a parlare coi congiunti, che nel frattempo ti ignoravano spauriti. Riesci a dilatare la frequenza degli sguardi al telefono, metti in dubbio la tua imprescindibilità rispetto al PIL nazionale, ti accorgi che i figli sono cresciuti, riacquisti sensibilità in varie parti del corpo. Se tua moglie si avvicina non ti schermisci con l’avambraccio minacciandola col mestolo.

Dal quinto  giorno riesci perfino a seguire la trama del libro che hai messo in valigia senza stare ore sulla stessa pagina a pensare al lavoro.

Dopo una settimana la nebbia finalmente si dipana e realizzi, come un convalescente scevro da sedativi imposti, che la vita ha in realtà dei colori nitidi, dei profumi intensi, che in fondo ti piace anche stendere i tanga, anche se ti rimane il dubbio di dove vada la molletta. E’ il momento in cui sei certo di mollare tutto e aprire un bacaro venexiano alle Canarie e occuparti del benessere altrui. Di rado ti appare la Vergine in sogno.

Dalla seconda settimana sei completamente sciolto. Indossi pinocchietti mimetici e canotte attillate, sorridente e abbronzato vai a fare la spesa al mercato conversando in idioma locale con la fruttivendola napoletana, e sì, ormai sei definitivamente convinto che questa è la tua nuova vita e chissà come avrai fatto per tutti questi anni con quei fottuti ritmi del cazzo.

E poi un giorno apri gli occhi, ti alzi, tenti di richiudere le valigie e torni verso casa. Ma per poco, solo per sistemare le ultime cose.

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