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 All’alba, stamane, nello spicchio di notte che sovente mi vede affrontare i nodi gordiani dell’umanità intera mentre agogno invano il ritorno del sonno, ormai scioltosi nelle luci che filtrano dai buchini della tapparella, ho focalizzato l’attenzione sulle persone sole che ho incontrato in questi anni. Le ho catalogate, mentre con l’altro emisfero del cervello vaneggiavo una stesura ragionata dell’articolo 18, con esiti  – modestamente  – anche più lucidi di quelli poi riportati dalla stampa del mattino. E credetemi: non ci voleva molto.

I single, dicevo, vivono un discrimine esistenziale che li porta naturalmente a suddividersi in due macrocategorie: gli amanti di se stessi e gli abbandonati dal mondo crudele.

I primi si godono la beatitudine della libertà solinga, orgogliosi di rifuggire gli scomodi compromessi della convivenza, si coccolano, aprono bottiglie pregiate senza ospiti, intrattengono rapporti privilegiati col divano sul quale spesso si producono in sessioni ipsatorie senza tema di reprimenda, anzi con una punta di intimo compiacimento anche estetico. Non si sentono soli, ma semplicemente in compagnia di se stessi e si piacciono, magari non sempre, però con l’autocompiacimento che non occultano alle masse. Spesso sono soli per scelta, ma se annoverano abbandoni, si godono la solitudine per ripicca. Sentono il bisogno degli altri sottoforma di nostalgia, giammai di pura tristezza. E trovano sempre gli altri, anche solo concedendosi graziosamente.

Gli abbandonati dal mondo crudele godono invece di una sempiterna compagnia: il senso di colpa. Loro è la colpa di essere stati lasciati, di non aver saputo mantenere vivo il rapporto, di non essere attraenti abbastanza per conoscere semplici amanti o interessanti un minimo per intrecciare nuove relazioni sociali . E si trascurano, mortificandosi con enormi bigodini esistenziali. L’autoerotismo non è mai una festa quanto un surrogato di amori sempre impossibili, in quanto – ovviamente – immeritati. La solitudine per loro è la giusta punizione per non-essere.

Facile tifare per la singletudine fiera, più difficile condividere il silenzio fragoroso della solitudine assoluta, che atterrisce quanto un abisso buio, sordo e umanamente immeritato.

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