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L’abitudine alle cose belle è un pugno in faccia alla buona sorte. Darle per scontate le impoverisce e poi le soffoca di egoistica anossia.

Certo, le induciamo perché siamo capaci, scaltri o caritatevoli, ma le cose belle, quelle belle veramente, sono pur sempre cosmiche botte di culo, tanto che  i nostri meriti riposano solo sulla cura di tali fortune, giammai sulla genesi.

La cura non ha regole scritte, la tradizione orale è paternalistica, saccente e sporadica, come ciò che state leggendo, tuttavia possiamo naturalisticamente mutuare le cautele che riserviamo ad una pianta, postulando che il pollice verde altro non sia che sensibilità.

E allora non anneghiamola di affetti se è un cactus, concediamole la luce degli altri se vogliamo che fotosintetizzi felicità, osserviamone i cambiamenti al passaggio delle stagioni, senza paura di imporle luoghi alternativi e nuova terra fertilizzata, se soffre l’ambiente.

E poi parliamole, così superando l’iniziale imbarazzo dato dalla presunzione che non ci sappia ascoltare.

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