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“Fai nero tu? Eh, magari potessi”.

La spiegazione è tutta qui. Per gli italiani pagare le tasse è un contegno da sfigati, proprio come occupare la corsia più libera a destra in autostrada, passare le ferie con la suocera o guardare la tv a capodanno.

La reprimenda morale non manca e ce la propinano i forzati del fisco, quelli tassati alla fonte, spesso mossi solo da invidia verso gli evasori. Si elude sulla parcella, sulla manutenzione della caldaia, sulle ripetizioni o sull’alloggio romano frequentato per pochi giorni. E’ un fatto culturale, come correre in macchina fottendo l’autovelox o saltare la fila dei musei all’estero.

Eppure l’etica esiste nel popolo italico. Prendete una partita di calcio: lo spettatore può avere appena parcheggiato il SUV nel posto disabili fuori dallo stadio, magari dopo aver investito un reduce di guerra zoppo, di colore, all’uscita dalla sinagoga, ma a quel primate non fate vedere un gol di mano o l’ingiustizia di un rigore negato. Le regole sono sacrosante nel calcio. O in carcere, vedete che fine fanno quelli al gabbio per reati odiosi alla comunità dei reclusi.

La realtà è che siamo un popolo culturalmente immaturo, pigro e refrattario alle regole civiche, come se avessimo ancora nel dna l’urgenza di incularci i Borboni. Sorge l’esigenza di un’educazione civica efficace: regole chiare, spaventose e inflessibili,  che rendano estenuante ogni tentativo di elusione. Per capirci: l’introduzione del tutor, strumento inflessibile che calcola la velocità media e quindi ineludibile, ha falcidiato tasche e punti degli automobilisti indisciplinati, ma ha dimezzato i morti sulle autostrade. Quel sistema funziona perché è fortemente repressivo.

Finiamola però con i finti moralismi e la gara tra chi evade per necessità e chi per diletto, proviamo ad ammettere che la festa è finita davvero, diamoci e accettiamo nuove regole, magari serie e non destinate a punire solo corridori finto monegaschi o tenori defunti.

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