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Invecchiare.

Mh.

Lo so, l’aura negativa non gliela leva nessuno, un po’ come l’ombra delle “minuscole” faglie che all’alba insonne solcano il viso stropicciato dei quarantenni.

Però il termine andrebbe ricondotto alla sua corretta neutralità. E’ solo l’ innocuo trascorrere del tempo, mera vita in fieri, un dato naturale, certo: inesorabile, inarrestabile pure, ma comunque sfacciatamente democratico.

E poi, insomma, c’è modo e modo di invecchiare. Lo si fa male solo smettendo di sorridere, mentre  la saggezza profusa conferisce ai saccenti quel fascino imperituro di chi comunque sa e chissenfrega dell’età.

Ti accorgi di invecchiare  – bene –  quando smetti di provare rimorso per esserti perso qualcosa. Quando apri un libro e metti i piedi sul tavolino domestico lasciando che la folla si accalchi in piazza contentendosi la salsiccia bruciacchiata dell’imperdibile evento; quando esserci non attesta mondanità ma solo pezzi di vita che tornano a pulsare la semplicità delle emozioni; quando gli amori passati cessano di pungere per divenire storia.