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A Erfoud, vicino Ouarzazate, ci eravamo arrivati con una fiammante R4 bianca noleggiata all’aeroporto di Agadir. L’unico mezzo in grado di affrontare seriamente le piste del Marocco meridionale, ci avevano assicurato, e pure la sola auto che in caso (ovviamente remoto) di guasto te la sapeva aggiustare chiunque. Il problema più spinoso lo ebbi con la terza, che per farla entrare andava infilzato il “cruscotto” spingendo il tubo fino in fondo dopo una leggera torsione del polso verso destra. L’altro problema, non meno spinoso, riguardava la custodia della mia accompagnatrice biondina (gazelle), per la quale le ilari contropartite in cammelli si sprecavano.

A Merzouga comincia il Deserto.

Il Deserto ha uno strano modo di cominciare. La strada asfaltata diventa sterrata, poi polverosa, quindi una pista battuta e poi più nulla che delimiti il tuo cammino. Avevamo caricato  fuori dall’albergo l’ineluttabile guida locale che si affannava a suggerirmi, ora in francese ora in spagnolo, vai a destra ora dritto poi destra e quindi a sinistra. Tutto questo nella più totale assenza di piste, indicazioni, segnali o altro. Ma lui le vedeva le piste, le conosceva a memoria, forse aveva addirittura contribuito a disegnarle. Sconsolato dalla mia manifesta incapacità di seguire le sue puntuali indicazioni, mi chiese il permesso di guidare. Scoprii solo a fine giornata che il ragazzo non aveva la patente. E non ce l’aveva perché la patente mica la davano ai minorenni.

Il Deserto esordisce senza alcun romanticismo, apparendo come una distesa polverosa maculata di carcasse di auto, frighi abbandonati e qualche piccolo scheletro d’animale. Poi le tracce dell’ abbandono indifferenziato cominciano a diradarsi mentre la sabbia si fa sottile insinuandosi nelle narici e accomodandosi ovunque.

Un vecchio aereo monoposto impiantato nella sabbia, chiaramente appartenuto a Saint Exupery, segnò la fine del nostro viaggio alla ricerca delle dune. Un beduino ci servì l’immancabile the alla menta,  denso, robusto,  mitigato da enormi blocchi di zucchero cristallizzato che il cammelliere aveva appena spinto a pugni dentro alla teiera di stagno.

Con un sorriso devastato dallo zucchero, il tuareg ci indicò la duna da raggiungere, volendo con modica spesa anche a bordo dei suoi cammelli, duna oltre la quale iniziava la distesa infinita di colline dorate dal sole basso di aprile.

الصحراء. Il Sahara.

Era il momento.

La guardammo molto a lungo, ci alzammo anche, ma su quella duna non ci salimmo mai.

Entrambi inadeguati al cospetto del nulla e dell’infinito o forse un paralizzante timore reverenziale, insomma cosa fu ancora non mi è chiaro, di certo non ci ritenemmo intimamente all’altezza di quello spettacolo, come se ancora non ce lo meritassimo: troppo piccoli per tutto il Sahara a perdita d’occhio.

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