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Pensate un attimo alla solitudine.

Ad essa diamo sempre accezioni negative e colorazioni fosche definendola come una sorte di tremendo castigo che il mondo crudele ci infligge, per motivazioni che spesso affondano radici nella sfortuna o nel nostro sgraziato aspetto psicofisico o nella nostra innata antipatia. Un enorme buco nero da colmare con doni inopportuni, parole incessanti che stordiscono preziosi silenzi, continue ricerche di attenzioni, contegni appiattiti quanto patetici, contorte manifestazioni di affetto.

Beh, la rivelazione odierna è che quella concezione di solitudine forse è distorta e comunque non è l’unica.

Svuotiamo la mente, torniamo indietro e guardiamo la cosa con prospettiva differente.

La solitudine è lo stato naturale che ci accompagna dal primo vagito all’ultimo rantolo; una condizione cosmica irrinunciabile, che corrisponde al trovarsi al cospetto di noi stessi. Lo facciamo quando cogitiamo, quando programmiamo la nostra giornata, quando ci rimiriamo allo specchio, quando ci prendiamo cura della nostra salute. Quale condizione fisica e naturale, proprio come il caldo e il freddo, non necessita di giudizi particolari. C’è e basta.

Nel momento in cui ci consideriamo e ci giudichiamo, abbiamo già compiuto quel processo di riconoscimento della nostra alterità che scaccia l’accezione negativa della solitudine. In quel preciso istante e da quel magico momento non siamo più soli, ma in compagnia di noi stessi. E vi assicuro che a volte è la miglior compagnia possibile, come ben sa chi predilige le regate in solitaria o scala le vette ascoltando solo il battito del cuore che si accorda con il vento.

Chi sta bene con se stesso ha sempre un sacco di gente intorno. Perché la compagnia è come una banca: concede crediti solo a chi sembra non averne bisogno.

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