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La nobile azione di scusarsi è un momento di autocritica, un meritorio atto di contrizione,  un lodevole tentativo di rimediare a un errore, per indurre l’offeso al perdono o quantomeno per mitigarne l’ira più o meno funesta.

Si badi, però: le scuse non denotano mai debolezza, bensì grande coraggio, come ogni intima analisi che ci rimetta in discussione. Vanno poste con fierezza, le scuse, ma anche con parsimonia, sguardo dritto negli occhi, sincero pentimento e, a livello acustico,  i più quotati guru(s) della comunicazione raccomandano l’uso di voce verde, modulata e diaframmatica.

Tutto semplice? Ovviamente no.

A ben vedere, di gente che sa scusarsi con stile ce n’è gran poca. Insomma, quelli che ne avrebbero le capacità sono spesso sopraffatti dall’orgoglio accecante e finiscono per rimangiarsi ogni punta di ravvedimento, per poi compiacersi del proprio stolto contegno fonziano (certo, Happy Days, ehiiii, mai visto Fonzie scusarsi?).

Per chi si scusa senza classe, ma trasudando sincera contrizione, c’è invece grande indulgenza e si tende ad andare pragmaticamente al sodo, incassando l’altrui pentimento e archiviando velocemente il malinteso con mezzi sorrisi e pacche sulle spalle.

Ma c’è una categoria di cui diffidare: gli apologizers. Quelli che passano il tempo a scusarsi e che con gli apologeti proprio nulla hanno da spartire.

Gli apoligizers abusano costantemente del mezzo, rendendo stucchevole e irritante la richiesta di perdono. La reiterano in loop lisergico, e allora: scusa se ti chiamo a quest’ora, scusa se mi sono permesso, scusa se ho introdotto l’argomento, scusa se ti chiamo amore, scusa se esisto e scusa scusa, ma scusa un cazzo.

Scusarsi non è un mezzo per farsi accettare. L’insicurezza non va cammuffata da autocritica per costringere subdolamente l’interlocutore ad accoglierla facendo leva sui nobili sentimenti del perdono e della pietà o su quelli magari un po’meno edificanti del senso di colpa. C’è una deontologia da rispettare nelle relazioni umane. Pensate agli spot natalizi coi bambini biondi e le slitte di renne munite che inducono agli acquisti i depressi e irritano gli ipertesi. Pensate ai cori delle ugole famose in vigliacco giro di do per raccogliere fondi a favore dei popoli disastrati (fatevi un’idea con “You are not alone” di Michael Jackson, che manco è di beneficenza). Si toccano subdolamente le corde più sensibili dell’animo umano per indurle ad azioni altrimenti selezionate dalla razionalità.

La discolpa dovrebbe rimanere l’eccezione, il nobile tentativo di risolvere o prevenire un conflitto e mai divenire stucchevole cavallo di troia per sdoganare le proprie insicurezze.

E scusate lo sdoganare.