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Ma sarà poi tanto disdicevole bramare il possesso di qualcuno, uomo donna frutto o fiore che sia?

Oh insomma, a leggere i resoconti sulla gelosia c’è da rabbrividire: si va dall’abbaiar di cani che attira i ladri al “più grande di tutti i mali e quello che ispira meno pietà alle persone che la provocano” e poi giù di roncola con la sentenza secondo cui c’è più amor proprio che amore, nella gelosia.

Ad essa sembrano associarsi le nefandezze emotive peggiori: l’egoismo, l’orgoglio ferito, la strategia, l’insicurezza, la magia nera, il presentimento e qualche strage irrisolta intimamente ordita da Andreotti. Il problema è che alla parola gelosia volenti o nolenti associamo automaticamente la morsa viscerale di quella volta (perché c’è stata quella volta, eccome) in cui l’innominata pulsione ci ha attanagliato l’anima. E poi per forza ne diciamo peste e corna: non godiamo del sufficiente distacco per discettarne a mente fredda.

La negatività che da secoli ammorba l’assillo in questione è frutto di un equivoco: la gelosia non attiene all’amore, bensì al possesso. L’odiato rovello si accompagna solo casualmente alle storie d’amore ma può ben sopravvivere senza.  Non a caso la gelosia si scatena anche nei confronti del potenziale ratto di cose inanimate: come Porsche, carriere dirigenziali, abitazioni con piscina e smartphone.

Il suddetto tormento altro non è che la paura di perdere, il terrore di rimaner senza, l’horror vacui. Sentimento umanissimo certo, ma solo se lo si apprezza scevro da connotazioni affettive. Se come sovente accade si ama e si possiede contestualmente non si è certo gelosi per amore, ma per timore che l’amato si dissolva.

Possedere è bellissimo, quanto meno per chi si è disfatto di retaggi bolscevichi, e la gelosia è la umanissima manifestazione del possesso. Ma c’è un punto dolente: bisogna potersela permettere, ovvero bisogna avere la certezza di possedere legittimamente. Con i beni materiali ci aiuta la fattura, ma con le persone?

Difficile. Forse impossibile. Perché una persona la si possiede solo nell’attimo in cui geme guardandoci negli occhi.

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