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Certe sere le vivi con una sorta di passività onirica, di febbre. Ti muovi sdoppiato, ascolti suoni rarefatti, copri brevi distanze in tempi infiniti. E Vittorio Veneto è lontanissima.

Vittorio è incollata alle montagne. Ha il profumo dell’ombra umida e una pianta allungata che non percepisci subito: e intanto cammini, cammini. Cammini.

Di fronte a un antico bordello incontri Gianluca Nicoletti che si conferma insopportabile anche quando fa il sound check. Poi, in una fabbrica di cemento dismessa da un secolo, ti fermi ad ascoltare due ragazzi.  Sbeffeggiano un intellettuale che è di destra, ma sta in mezzo. Il moro apre Spinoza, si traveste da Luttazzi, recita Bondi; quello glabro brandisce l’Ipad, si cappota dalla sedia e arringa aforismi con toni emiliani, dimentico d’esser di Cuneo. Ride la gente. Si diverte e tributa rispetto. E intanto sopra le nostre teste scorre un fiume, incanalato tra le volte della magica struttura ottocentesca.

Ormai è notte, dei vecchi trasandati urlano alcol  fuori dai bar. Un folletto sceso dai boschi si dibatte nell’ambiente ostile minacciando risse e sputando insulti. Il mite Mauro Corona, mi si dice.

Sono quasi le quattro del mattino.

Mi provo la febbre.

No, dormo.

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