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Lunghi e profondi movimenti degli avambracci sul corpo intero, dalla nuca ai piedi. Onde che evocano l’oceano Pacifico.  Essenze esotiche ed olii caldi che si allargano liquidi su tutta la pelle. E poi disegni di dita sapienti sul viso per disinnescare i punti dolenti e distendere insospettabili muscoli contratti. Il cuoio cappelluto toccato a cerchi concentrici e i capelli idealmente allungati, quasi a far uscire la negatività dei pensieri. Infine il raccoglimento al buio del lenzuolo ripiegato a bozzolo, a confrontarsi con l’armonia ritrovata e lo sprigionarsi di nuova energia.

Quello hawaiano non è solo un massaggio, è un rito di rebirthing, pare di origine polinesiana, che tende a ripristinare l’equilibrio tra il corpo e la mente, come mi spiega dolcemente la mia sacerdotessa mentre rinasco dal lenzuolo.  

Sì, il rito magico del massaggio hawaiano è l’ultima frontiera del piacere fisico che ultimamente mi concedo, conscio degli innegabili vantaggi che si riverberano sulla mia tormentata psiche. E proprio ieri, mentre gestivo la claustrofobia del mio bozzolo esotico in attesa dell’armonia promessa, ho focalizzato la vera causa dell’infelicità umana.

Il genere umano non si tocca abbastanza o lo fa a sproposito.

Sono note le terapie del contatto per animali, neonati, bambini autistici o sordociechi. Ma di noi adulti apparentemente abili, ne vogliamo parlare con franchezza?

Se non subiamo la nostra quotidiana dose di contatto fisico ci corichiamo insoddisfatti e a lungo andare, senza averne piena contezza, consolidiamo insoddisfazione, frustrazione e quindi infelicità. Insomma sottovalutare lo stress da mancata palpatio sarebbe un grave errore e allora, nel dubbio, facciamoci toccare.

E se nei dintorni non disponiamo di volontari? Ce li compriamo. Investiamo nel nostro benessere e facciamoci toccare e massaggiare almeno una volta alla settimana. Il diritto ad essere toccati dovrebbe assurgere a rango costituzionale, come il diritto universale al sesso.

Durante un viaggio siciliano di qualche tempo fa, una buffa ospite americana ci confidò che il suo ultimo desiderio prima di andarsene a causa delle diffuse metastasi, era quello di essere furtivamente toccata da un italico malandrino. Un clichè che mio suocero, nella sua  irresistibile umanità, ritenne di esaudire palpandole improvvisamente il culo durante un bagno in mare in un caldissimo mezzogiorno agostano.  Il ricordo della gioia disegnata sul volto di quella donna palpeggiata ancora mi accompagna, insieme all’ammirazione per l’indomito e generoso palpatore.  

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