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Un’antica leggenda tramandata nell’Italia centrale narra della inquietante presenza di uno spettro che si aggirerebbe – ancor oggi – tra le colline marchigiane di San Silvestro.

Pare si tratti di un ectoplasma dalle molteplici metamorfosi diurne: ora è scorpione, ora cervo volante, ora zanzara tigre, ora mòsciolo fraido. D’indole burlona ed incline a frizzi e lazzi, la cronaca riporta di gustosi ma crudeli scherzetti giocati agli ignari avventori delle colline sinuose, dai colori morbidi e soavemente ornate di sorridenti girasoli.

Alcuni visitatori delle antiche dimore collinari si trovarono vittime di oscuri malefici: occorse un giorno che l’acqua che sgorgava dai rubinetti fosse carica di elettricità! I resoconti dell’epoca, invero ilari e boccacceschi, dan conto di un involontario quanto persistente priapismo e strane secchezze conseguenti alle abluzioni ad alto voltaggio. 

Spesso lo spettro sottraeva subdolamente le energie ai gitanti, iniettando loro massicce dosi di inaudita ignavia. Così ridotti, essi vagavano oziosi e svogliati per le gialle colline, alla ricerca di misture rossastre per dissetarsi ed enormi crostacei panati per placar l’appettito ingiustificato. Poi, appagati, venivano notati ondeggiare nelle distese di girasoli per poi spiaggiare scomposti come ebbre testuggini, colmi di stolte riviste patinate e con l’unica impellenza di bagnarsi l’epidermide oscurata dall’immobilismo, ma si badi, non nell’imminente Adriatico, no – incolmabile la distanza per le loro offuscate membra – bensì nelle adiacenti docce pubbliche!

Ma col favore delle tenebre, la crudeltà dello spettro di San Silvestro giungeva a picchi agghiaccianti. Nel cuore della notte, l’indomito spiritello squarciava i sonni dei coricati astanti con lamenti orrendi e pelosi, e poi frasi sconnesse, e ancora formazioni del Torino e finanche mugugni simulanti amplessi e mirabolanti fellationes, in spregio e dileggio all’assoluta castità che colà, su quelle dolci colline, si osserva da millenni.

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