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Quasi vent’anni sono passati dalla mia ultima visita all’Elba. Ci andai con un Suzuky DR 500, quattro tempi e una malefica e rinculante accensione a pedale. La fila al traghetto, il motore su di giri per paura che morisse proprio al momento di salire. E poi, all’abbaiare impaziente dei marinai a terra, un colpo deciso di manetta e pof. E certo. Perché le moto a quattro tempi sono more e se le tratti come bionde a due tempi s’incazzano e ti lasciano sul più bello. Pof.  E poi fan le permalose ingolfate e tu hai voglia a smadonnare di pedale, col carico che oscilla e la tua accompagnatrice che teme per la caviglia, la sua.

Quella volta, sul traghetto, incontrai proprio l’ultima persona che le dinamiche cosmiche dovevano farmi incrociare: Bortolo, compagno di stanza all’università, salutato qualche giorno prima sotto le due torri. Lui:  ricchissima Honda CBR bianca luccicante, figona di serie e campeggio prenotato. Non ci frequentammo molto, quella volta, col Bortolo. Giusto qualche corsa tra motociclisti sulle ripide colline che calavano a picco sulle spiaggette.

Domani ci torno all’isola. E ci torno per scaramanzia, perché la prossima settimana dovrei rimanere a gestire, guastare o gustare ciò che ho preparato in un anno di lavoro. E invece salgo su uno scoglio e animo le truppe a colpi di cellulare. E poi, male che vada, l’esilio all’Elba mi avvicinerà al ricordo di condottieri di ben altra levatura.

L’isola isola. Ci si va apposta. Appena la nave salpa, il cervello si stacca, la carne smette di pulsarti nei timpani. Il corpo riprende forma flessibile, i pensieri perdono le nubi dell’ansia e ti torna l’azzurro nella pancia. Dovrebbe andare così, almeno. Sennò che fuggo a fare?  

Bisogna metterci il mare intorno alla convinzione di essere indispensabili.

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