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Quasi me l’ero dimenticata questa rubrica.  L’introduzione faceva così: L’Ariosto c’entra poco, l’arrosto già di più. Ci addentriamo in un viaggio sensoriale tra cibo, sesso, musica, tendini, sostanze naturali e chimiche. Qual è la volta in cui il vostro corpo ha goduto di più? Quando i vostri sensi hanno sibilato come Scud impazziti? Quando i vicini di casa hanno chiamato i Nocs per far cessare i vostri lamenti animaleschi? Mangiando una Sacher, oppure arrampicandovi sul palco degli U2 per suonare la chitarra con The Edge o mentre giacevate in un immenso letto con l’intera squadra femminile di nuoto sincronizzato, intonando la marsigliese? Se avete il coraggio, raccontatecelo in forma anche anonima, inviando il contributo via mail a splendidiquarantenni@gmail.com, possibilmente allegando una foto della vostra mano destra.

Partimmo nel febbraio 2009 e solo due anonime impavide mi inviarono i loro deliri sensoriali. Ora S.T., che suppongo donna, mi manda  il suo contributo. La lettura è consigliata ad un pubblico maturo, sebbene giovane dentro.

“doccia, baciarsi mentre  l’acqua calda ci batte addosso. mi strofino contro di te, ti stringo, mi stringi, ti inginocchi. sento la tua lingua sull’ombelico, i denti sulla pelle. ti prendo la testa tra le mani e la porto più giù. la spingo più giù. mi apri le labbra con le labbra, mi succhi, mi mangi. sparisco. respiro. sollevo una gamba, la sinistra, e te la passo su una spalla. stringo il tuo corpo al mio con le cosce, la schiena appoggiata alla parete scivolosa della doccia. l’acqua continua a cadere. ti tengo la testa, ma senza forza, solo un tocco sui capelli. sei bocca. sono cibo. poi sento le dita sotto la lingua, le tue dita con la tua lingua, i polpastrelli caldi che entrano, giocano, mi cercano. smetto di respirare. l’acqua mi accarezza, tu mi annienti. fermati. non voglio venire. fermati, lo bisbiglio. non mi ascolti, continui. credo che potrei cadere. ho paura di poter cadere. mi succhi ancora, mi cerchi con la lingua e le mani, mi schiudi, mi apri.
penetrami.
ti prego. ma non lo dico ad alta voce, lo sto solo gemendo.
smetti, mi guardi. ti alzi.
mi trattieni, perché io davvero potrei cadere.
mi giri, le mani sulla schiena, sui fianchi, sul culo. finalmente mi penetri, da dietro. la tua bocca sul mio collo, sulla nuca, tra le spalle.
allunghi una mano e mi tocchi. sei dita, sei carne.
respiro, sospiro, non prendo fiato. gemo.”

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