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Ora ho smesso, ma un tempo, lontano lontano, giocavo a poker. A soldi, certo, mica a fagioli come alla tombola di Natale coi nonni che non sentono mai i numeri. Una volta ci pagai pure le tasse universitarie coi proventi di un gioco.

Mi rapiva l’azzardo. Puntare, bluffare, sondare lo sguardo dei raccolti intorno al panno verde, indugiare sull’attenzione nervosa dei pochi giocatori ancora in corsa per quella mano.

Tipo un brivido quando torni a casa una sera di gennaio con la febbre incipiente.

Non resistevo alla scossa che mi percorreva la pancia mentre aprivo le carte appena cambiate; lentissima quell’apertura,  e sempre verso destra.  Poi rivederle tutte e cinque insieme, le mie carte, sperando di averne associate tante di uguali, oppure in scala perfetta o magari dello stesso colore.

Non contano i soldi. Conta la malattia. La stessa che ti fa rubare per vedere se ti beccano o frenare sempre più tardi la moto prima di quel tornante fatto mille volte o uscire  – forse in tempo – dal luogo più bello del mondo prima di riprodurti involontariamente.

Poi una sera, storditi dall’alcol e dalle mille cicche, la mano prese un verso strano, insolito . C’era rivalsa nelle puntate. Perdeva sempre lo stesso, peraltro il più abbiente, ma non per volontà concordata degli altri. Il ricco perdente, verso l’una di notte, con l’occhio destro chiuso dal fumo della cicca trattenuta tra le labbra, rilanciò. Rilanciò cattivo. Rilanciò di brutto. Prese le chiavi della Mercedes e le buttò tra i soldi del piatto.

Ridemmo. Ridemmo da matti, piegati in due, fino alle lacrime.

Lui no.

Fu l’ultima sera in cui giocammo a poker.  

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