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Se qualcuno ci chiedesse di fargli un massaggio a fine giornata, state sicuri che gli imporremmo le mani esattamente dove noi siamo indolenziti.

Se fossimo in procinto di produrci in un leggero petting – attività peraltro tipica del venerdì sera – ne uscirebbe il preliminare che noi gradiremmo ricevere.

L’approccio naturale verso gli altri è all’inizio automaticamente speculare: piace a noi, piace al mondo. Ma mica è egocentrismo, no. Diciamo assolutismo autoreferenziale. Insomma, le scelte che compiamo hanno il Nostro giudizio quale primo filtro inconscio e dobbiamo compiere un certo sforzo o quantomeno attivare la razionalità per chiederci se all’altro piacerà. Naturale non ci viene.

Nel corso di una giornata facciamo gli assolutisti mille volte. A tavola dire fa schifo è un giudizio personale assoluto, non mi piace è invece relativo e rispettoso dell’alieno  giudizio, magari pure opposto al nostro. Bleah.

Ammettiamolo: si fa fatica a riconoscere al giudizio altrui rango e dignità pari al nostro. A tutto concedere, ammettiamo che esistano gusti diversi, ma certamente detenuti da distratti, insensibili, ignoranti o leggermente deficienti. E ciò si riverbera nel rispetto che riserviamo agli altri.

Eh sì perché i gusti, in fondo, son sensazioni, pensieri, idee. E non considerare le sensazioni degli altri porta spesso a non riconoscere il valore delle loro idee. Ed è qui che il nostro essere democratici comincia a vacillare, sotto le spinte dell’intolleranza strisciante e sdegnosamente negata.

Certo, lo so bene che voi siete diversi. In gelateria lasciate che il ragazzotto che vi precede si faccia un cono puffo viagra senza insultarlo. Anzi magari gli sorridete pure.

Ma se votasse per Berlusconi?

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