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Mi capita, a volte, di pensare alla natura dei difetti.

Trovo che vi sia una strettissima correlazione tra vizi e virtù, come se fossero due facce della stessa medaglia.

Pregi e difetti convivono grazie a una sorta di reciproca cosmica compensazione. Se incontri un bello, è facile che sia un po’ stronzo; se convivi con un genio, probabilmente ti infligge il suo esser saccente; se frequenti un fascinoso, metti in preventivo che sia fedifrago. Se ami un artista, affeziònati al caos.

Funziona anche al contrario. Così, se vivi con una disordinata, potrebbe essere la scrittrice più sensibile del mondo; se tua moglie ti trascura, magari, è perché si dedica compulsivamente ai lavori domestici; se la tua compagna ti pare avida o col braccino corto, può essere che  – precisina precisina  – ti faccia tornare i conti meglio di un ragioniere.

I difetti sono il dazio delle virtù. Hanno una precisa ragion d’essere ed è tempo che li si nobiliti. A patto che di veri difetti si tratti.

Eh sì, perché spesso bolliamo come difetti delle mere degenerazioni caratteriali. Per capirci: disordinato è colui che non si accorge del caos, e non quello che che il casino lo vede benissimo ma non ha voglia di porvi rimedio. Un conto è la caratteristica ontologica, da rispettare, altro è l’accidia, oppure l’ozio, la sciatteria, la trascuratezza: orridi reati mentali contro la persona, contro la morale e pure contro il patrimonio visto che la colf la devi pagare.  

Allora propongo di rispettare i difettosi veri, quelli che portano in dote anche i correlati pregi compensativi, e contrastare con asperrima vis i fancazzisti dell’ultim’ora, quelli che conferiscono al nostro mondo solo l’inerzia macilenta dei loro deboli caratteri.

(In giorni come questi, Savonarola si unisce a Crepet nella medesima attività ipsatoria)

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