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Magari subito ti appare algida, o addirittura altera, finanche saccente; però ha un suo modo malinconico d’esser torinese, quell’ombra cupa delle Alpi che lei definisce sabaudade.

La leggi, la guardi, l’ascolti e t’accorgi che sembra non aver bisogno di nulla. E l’appagamento si fa contagioso e s’accompagna ad una serenità profusa agli astanti che quasi s’appisolano sazi, e la metafora post prandiale le si addice eccome, specie d’inverno.

Si porta appresso i colori classici di una bellezza innegabile, mitigata saggiamente dall’autoironia dei pronti di spirito e dispensata con semplicità, quasi senza trucco, complice l’anagrafe clemente, appena appena incrementata dai giorni di fine marzo, proprio come questo.

E’ noto come il creatore a primavera si lasci andare ad allegre profusioni di profumi, fiori e farfalle, ma ti domandi sei sia cosmicamente sospetta una tal concentrazione di virtù apparenti. I malfidenti delle bionde, saggia categoria a cui appartengo,  attendono al varco l’ineluttabile e devastante difetto che  – infingardo – tarda a palesarsi.

Nel frattempo, vigendo la presunzione d’innocenza anche per i visini d’angelo, alla Mich si tributano gli auguri: caldi, caraibici e pieni di zuccheri. 

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