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Mi succede, a volte, di trovarmi in posti che raggiungo in virtù di oscure combinazioni spazio temporali: la Silvia, in genere.

Alle 19.16 di sabato scorso, per esempio, ho realizzato di trovarmi a Reggio Emilia, in una biblioteca, ad ascoltare Giuseppe Bellosi che leggeva pezzi di Baldini, autore che, come tutti certamente sapete, scriveva in dialetto di Santarcangelo di Romagna.

Ci divertivamo tutti come pazzi a sentire Bellosi, che è bravissimo, ma alle 19.16, in quella biblioteca di Reggio Emilia,  io ho realizzato che  quella lingua mi era incomprensibile e che io in fondo coi poeti dialettali romagnoli non c’entravo un cazzo. Però mi stavo divertendo.

Ho realizzato che alle 19,14, due minuti prima, avevo smesso di cercare il significato di quelle parole recitate e mi ero concentrato sui suoni,  sullo scivolare delle consonanti tra le vocali ingoiate. Bellosi era talmente bravo a rendere il senso degli scritti santaracangiolesi che con la sola intonazione ti dava il tempo della commozione e la liberazione della risata. Poi ho chiuso gli occhi e ho ascoltato solamente i suoni, senza intonazione.

E ho sentito suoni orientali. Sì, ho realizzato che il dialetto romagnolo è una una lingua slava. E allora ho svelato a tutti questa rivoluzionaria scoperta linguistica, che magari ha pure solide origini storiche, ma nessuno mi ha badato. Ma proprio nessuno.

Allora, sgomento per tanta ingiustificata indifferenza, l’ho detto a Paolo Nori, che, da persona sensibile, almeno mi ha risposto: “ah non ci avevo fatto caso.”

Ecco.  

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