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Quando manca ancora un’ora all’uscita da scuola, suona la campanella di mezzogiorno e io non me ne accorgo quasi mai quindi, anche se mancano solo quindici minuti alla fine delle lezioni, chiedo a Emma quanto manca. In quell’ultimo quarto d’ora, la maestra ci chiede di scrivere i compiti sul diario e di fare la cartella e solo in quel momento mi accorgo che poco tempo dopo saremmo andati a casa manca poco per andare a casa.

Si comincia a sentire un rumore simile a un esercito di cavalieri che galoppa e una piccola campana attaccata al muro annuncia l’uscita da scuola. Disordinati come mucche al pascolo, ci alziamo e ci dirigiamo verso la porta per andare a prendere le giacche. Nel corridodio i suoni sono ancora più forti, le voci degli alunni delle varie classi sono assordanti e a quel punto gli ultimi bambini escono dalle aule gridando frasi come “c’erano compiti di italiano?”, e di conseguenza aumentando il chiasso.

Appena uscito dall’edificio mi divido dai miei compagni, cammino dalla parte opposta alla loro in cerca della mercedes di mio papà, gli chiedo che cosa mangiamo e lui come tutti i giorni mi risponde che non lo sa.

… “e lui come tutti i giorni mi risponde che non lo sa”. Quest’ultima frase del novenne mi ha mandato il cuore in pezzi, per la rassicurante ritualità che i bambini cercano ed il pervicace rincoglionimento dei padri, che mai s’informano sul quotidiano desinare.

Magari sono imbranati con la WII, impediti con la Playstation, e totalmente privi del cellulare, però i figli che amano leggere dan tante soddisfazioni.

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