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Rischiava grosso, lui.

Un conto era partire per un week end tra amici, altra cosa imbarcarsi in un viaggio ai confini del disadattamento, dove stormi di blogger avrebbero sicuramente cammuffato le proprie complesse dinamiche relazionali disquisendo solo di aggregatori di feed o dissocial network. Il ruolo assegnatogli doveva essere quello di silente accompagnatore di una blogger letta e diletta, poi rivelatasi un pezzo di sole che quando la vedi già ti manca.

Ha ascoltato, Stefano. Poi si è messo gli occhiali e si è fatto crescere la barba e ha cominciato a far girare il mondo intorno a lui. Con leggerezza ha introdotto l’amore per le lingue desuete, il vino bianco delle vigne veronesi, le allieve sfacciate che lo concupiscono invano, la gratitudine verso il suo mentore, il cordoglio per una perdita importante.

Il fascino di chi non s’impone ma si rende gradualmente imprescindibile. La forza di argomentare senza gridare, esprimendosi sempre a piccoli passi, con le scarpe leggere dei sapienti.  E poi lo scatto felino, un ruggito rabbioso contro chi, per gioco, lo accusava di snobismo (“se lo dici ancora, ti rutto in faccia“).

E adesso provaci, a non aprire un blog.

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