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Ho cenato in un posto dove, dopo il caffè, volavan le spose.

Nel senso che c’erano giovani pulzelle sorridenti agghindate con una coroncina in testa e un litro di rosso in corpo che da sopra il tavolo si lanciavano a volo d’angelo sugli astanti sconosciuti. Questi si disponevano solerti in improvvisati cordoni di accoglienza, affratellandosi mani e braccia. Così organizzati, e ancheggiando al ritmo di meoamiguciarlibraun nell’orrendo medley di capodanno, assecondavano le sposette volanti, affinché il nubilato non si concludesse in tragedia sul lurido pavimento della trattoria.

Una, raccogliendo l’ultima pudicizia, poco prima del lancio ha aperto le ali e ha biasicato: “fioi, mi me buto ma no ste tocarme e tete” (trad.:” o miei giovani amici, mi affido a voi implorandovi di astenervi da lascivi sfioramenti”).