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Sono un uomo senza vergogna, io. Non me la potrei nemmeno permettere una sana vergogna, col lavoro che faccio.

Me l’ero quasi scordata quella intima sensazione di inadeguatezza. Perché questo è la vergogna: smetti per un momento di avere una dignitosa posizione nel mondo. Dura poco, giusto il tempo di sprofondare o arrossire, poi riemergi e il mondo non è più quello di prima, tu non sei più quello di prima, il tuo interlocutore è più divertito di prima.

Ieri sera sfogliavamo  al computer le foto digitali del mare. Alla mia destra Lady Splendor, alla mia sinistra un’amica blogger marchigiana, ospite da noi per partecipare alla manifestazione milanese: “Hopper il pittore della solitudine, della malinconia e beviamoci su dalla Sid”. Foto della Puglia, dei sorrisi delle amiche, delle terre di Otranto, di monumenti al tramonto. Guarda che bel mare, vedi come vieni bene con questi colori dell’acqua, guarda come mi stava quel costume.

Ad un tratto sullo schermo ad alta definizione appaio io, in piedi, di spalle: completamente nudo e con le chiappe così bianche che più bianche non si può. Splendide chiappe al vento che, in pieno contrasto col colore ambrato donatomi dal sole salentino, sembravano delle adamitiche mutande virtuali. Non ricordavo che i miei figli birboni avessero rubato quello scatto a testimonianza della mia abbronzatura d’agosto inoltrato. L'(ex) amica blogger mi parte con un riso convulso con tanto di mano sulla bocca e occhi lucidi. Saltella pure sul divano per un attimo. Lady Splendor non mi sfoggia contegni più rispettosi. Io semplicemente muoio.

Le donne bisogna farle ridere. Se ti riesce da nudo, non è un buon inizio.

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