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La vita è un susseguirsi di attese. Gli avvenimenti che la costellano altro non sono che l’epilogo di un intervallo sospeso e il contemporaneo avvio di un nuovo indugio. Le pause sono catalizzatrici dei pensieri più speranzosi, delle fantasie più recondite, delle illusioni più sfrenate e delle paure più buie.

L’attesa, come il vino, enfatizza le emozioni. Nell’attesa ci si macera oppure si gode, ben più che nel momento a cui finalmente si approda.

Chi come me ha urgenza di vivere, dimentica spesso il gusto dell’indugio e brucia tutto come un cerino, anelando – con dispendioso affanno – al risultato finale, che forse non delude, ma è sempre orfano della sua attesa e quindi inesorabilmente incompleto e parziale.

Trattenersi un attimo. Questo è il segreto, poco occidentale forse, velatamente tantrico e perverso,  ma facilmente sperimentabile.

Ieri ho provato. Una chiamata da Roma avrebbe cambiato la sorte di un’operazione importante. Mentre il display lampeggiava il nome del mio referente, ho lasciato imperterrito che la chiamata svanisse.

Poi ho goduto. 

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