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Spendersi il primo denaro guadagnato è un piacere che non ha eguali.

Durante gli studi universitari mi guadagnai vacanze, pizze e cotillons impegnandomi con entusiasmo in svariate occupazioni. Non tutte di concetto, ma tutte oneste e quindi scarsamente remunerate.

Dare ripetizioni di italiano mi annoiò a morte. Imbottigliare lavande intime mi inebriò fino all’estasi; costruire campi da tennis mi abbronzò la pelle come in Maghreb; vendere spazi pubblicitari mi deluse irrimediabilmente.

Ma feci anche il mercante, e quel mestiere mi rubò l’anima. Parlo del mercato settimanale in piazza, con le bancarelle, le signore che chiedono lo sconto, il freddo che ti penetra nelle ossa alle sei del mattino e il tuo respiro che si mischia alla nebbia novembrina. Arrivavamo all’alba nelle stupende piazze venete, con  furgoni stracolmi di merce, teli, scatole e cavalletti. Ci si salutava sbadigliando coi colleghi che già avevano un’ombra di rosso in corpo. 

Eravamo comparse in palcoscenici pregni di storia, dove da secoli, magari proprio in quello stesso giorno, mercanti come noi avevano fatto pulsare il cuore della città. Si costruivano gli scheletri dei banchi e in poco meno di un’ora la piazza cambiava aspetto, con i colori dei tessuti, della merce esposta, degli enormi ombrelloni. Alle sette e mezza arrivavano i primi clienti. Alle undici la ressa era impressionante. Gli avventori eran tutti vestiti col vestito buono, perché quel giorno andavano anche dal medico, dall’avvocato oppure in banca. All’una si smontava. Alle tre a letto, distrutti.

Mi occupai di due settori merceologici ben distinti: bigiotteria e fiori. Entrambi mi furono imposti dalle circostanze e il bisogno supplì all’ignoranza.

Con collane, anelli e cerchietti me la cavai egregiamente, tanto da meritare l’encomio della titolare, che peraltro era mia zia.

I problemi giunsero col commercio dei fiori. Purtroppo non ho mai distinto un crisantemo da un gladiolo e ben presto il mio capo se ne avvide, complici alcune risposte traditrici offerte ai clienti. “Ragazzo, mi dia due gerbere” “Quali?” ” Ma come quali, quante ne vede?” Che poi le gerbere le noti, insomma.

Beh, un giorno giunse una cliente per una decine di roselline. Felice di conoscere l’articolo, gliele confezionai, come d’uso, nella carta di giornale. Gliele porsi con un sorriso e questa, stupita: “Ma facevi il macellaio prima?”

Gliele avevo incartate come delle salsicce, con pacchetto a caramella.

Il giorno stesso il titolare mi disse che a causa del rigido inverno si imponeva un immediato taglio dei costi. Del personale. Che ero io.

Sarà per quello che non regalo mai fiori.

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