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Ci fu un tempo in cui ebbi  l’onore di divenire il confidente di un amico appena abbandonato dalla moglie, dopo quindici felicissimi anni di matrimonio.

Essendo anche un  collega, le occasioni quotidiane per mettermi a parte delle sue sofferenze non mancarono: al cappuccino delle 9 o al caffè delle 11, oppure allo spritz di mezzogiorno, o ancora al the delle 5 o al prosecco delle 8. Cosa ho sbagliato, avrà un altro, ma le figlie come cresceranno, la mia vita non ha più senso, mollo tutto.

Per due anni partecipai ai suoi turbamenti, sorbendomi ogni tipo di elucubrazione nichilista e fondati tentativi di revisionismo dell’istituto del matrimonio, tanto da minare anche le mie granitiche certezze in materia e procurarmi una gastrite nervosa, certamente aggravata da caffè e prosecchi. 

Ero un cassonetto per lui. E lui conferiva in continuazione.

Un giorno scoprii casualmente che il mio triste collega aveva appena intrecciato una relazione carnale con una avvenente fanciulla. La conosceva dal liceo. Lo affrontai in corridoio:

 “Ma, allora: scopi e non mi dici niente?”

 “Beh, dai… mica posso dirti tutto.”  

“Eh no cazzo, due anni che mi riempi di secco. Adesso mi dai anche l’umido!”

Rise.

Io no. 

 

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