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E’ successo anche ieri.

Succede, a volte, di dover parlare in pubblico, per introdurre un evento, salutare ad un congresso o presentare degli artisti. Succede a chi queste cose le organizza, certo, ma può capitare a chiunque di doverlo fare, magari al proprio matrimonio o per una lettura in chiesa, o ad una assemblea condominiale o perché no ad un corteo di manifestanti contro la costruzione di una base militare, poco prima di venir manganellati.

Realizzi che tocca a te, ti alzi, cammini verso il palco, ti giri e guardi il pubblico e cerchi di quantificarlo. E lui, il pubblico, cerca di inquadrare te. E’ un momento dal vago sapore western, poco prima di premere il grilletto. O calcistico, nell’istante in cui comincia la rincorsa per tirare il rigore.

Bene, in quel momento succede una cosa che non ha sicure spiegazioni scientifiche, oltre alla fifa, naturalmente. Ecco: succede che per un istante, un solo istante, il tempo cessa di scorrere. Si ferma. Ma non di colpo, gradualmente. Rallenta velocemente.

Ieri sera mi sono alzato e ho camminato verso i musicisti; i miei passi erano irrealmente rallentati. Mi sono girato lentamente verso il pubblico, mentre  una luce rossa mi accecava. Il tecnico del suono mi ha fatto un gesto incomprensibile col pollice io ho fatto una cosa che faccio sempre: toc toc sul microfono, anche se so perfettamente che è acceso. In quel momento i centocinquanta convenuti si sono girati. Eccoci, e adesso parla. Il tempo si è bloccato per un infinito istante, non c’erano più suoni, nè odori. Niente. In quel momento decidi la prima parola che sarà amplificata e da cui verrai giudicato dal quel pubblico. In quel momento sfidi te stesso a farti uscire cose degne della tua presunta spigliatezza con una voce che non tradisca l’emozione che provi. 

E non riesci mai a nasconderla, quella emozione.

Ma forse è giusto così.

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