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Io ho sempre nutrito una smisurata invidia per gli uomini capaci di guadagnarsi da vivere con le mani. Poiché essi creano qualcosa di fisicamente tangibile, che poi rimane fenomenicamente impressa nello spazio e quindi nella storia, quella piccola che non si legge nei libri o quella grande che si studia a scuola.

Ciò che più mi affascina è la minuzia con cui operano, la cura dei particolari, l’ossessione nell’anelare alla perfezione. Sono quegli uomini a nobilitare il lavoro e non viceversa.  A volte mi ritrovo ad accusare quasi un senso di colpa nel vivere creando solo immagini mentali, costruzioni suggestive, teorie strumentali alle mie posizioni, menzogne ben pagate. Il tutto mi deriva da un commento di mio fratello maggiore, gran bricoleur, tecnico iperbarico, subacqueo, maniscalco, assemblatore di velocipedi e ora software man. Poco dopo la mia laurea umanistica mi guardò i palmi delle mani e disse: “ecco queste sono mani di uno che non ha mai fatto un cazzo nella vita.” 

Mi ritrovo spesso ad immaginare le mansioni di un fresatore, di una lustraressa, di un raschiatore. E le posso solo immaginare, perché nulla so di tali attività, e mi diverto davanti alle vetrine delle agenzie di lavoro temporaneo a fantasticare su quei mestieri richiesti, a me ignoti.

Oggi, però, ho smesso di fantasticare. Mi è venuta la nausea all’immagine che mi si è gradualmente formata nella mente.

Che schifo di lavoro è lo sbavatore industriale?

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