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Mia nipote Maria odia essere contraddetta, ha 4 anni portati con disinvolto cipiglio e una passione per i presepi, anche estivi, che la inducono a trascorrere gran parte del tempo libero alla ricerca del Salvatore nei cassetti della nonna.

Sabato, poco prima del pranzo matriarcale, mi si avvicina con una specie di soldatino in mano: è ciò che resta di un lottatore di wrestling, il busto di un energumeno con le braccia aperte in segno di trionfo . Mi guarda e  me lo porge: “Ssio, quetto è Gesù, ma loro dicono di no“.

Mi giro verso di “loro” e trovo un ammasso scomposto di fratelli e cugini più grandi, due dei quali generati direttamente da me, che si scompisciano silenziosamente sul divano, mimando la crocifissione del lottatore e prendendosi giuoco della piccina. Animali preadolescenti senza vergogna e senzaddio.

Trattengo uno sbuffo di ilarità e mi comprimo fino alle lacrime. Nel mio contorcimento incrocio involontariamente lo sguardo severo di mia suocera, donna di immensa cultura, faro della comunità cristiana e da quest’anno pure insegnante di catechismo. Mi attende al varco col sopracciglio alzato.  Mi gioco tutto perché lei sospetta che del Testamento, nuovo o vecchio che sia, io mi interessi solo in caso di cospicue eredità in ballo. Una pressione immensa.

E allora accendo il diaframma,  modulo la voce in la minore, accarezzo la bimba con contegno che vorrei degno di Giovanni XXIII, il Papa Buono, ma forse ricorda padre Ralph di Uccelli di Rovo, le sorrido a lungo e poi dalla bocca mi esce questo: “Sì amore, hai ragione: quello è Gesù, perché lui è ovunque tu lo veda, ovunque tu lo senta.”

I preadolescenti cascano dal divano, mia suocera simula di girare il sugo pur di occultare il singulto, Maria si riprende il wrestler e lo posiziona nella greppia.

Grandissima performance. E’ inutile fare i modesti. 

 

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