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Un tempo possedevo un allevamento di cani. Ne avevo di tutte le taglie e di tutte le razze.

Li amavo molto e ci davo Pal ai miei hani. C’era Gengiscan, un simpatico barboncino, e poi una splendida cagna nera: Chakakan, a cui affiancai presto un compagno per sedare la malinconia, Rufus. E che dire di Candelporco, il bastardino che mi piasciava sempre sul tappeto. E poi Candelpignataro, sempre in mezzo ai piedi.

Non erano sempre di razza, i miei cani. Molti li prendevo al canile per sottrarli ad una vita di abbandono e va detto che alcuni erano proprio sfortunati. Una volta ne presi uno completamente sordo: Canyouhearme.

Al tempo era di moda farli addestrare in lingua tedesca da severi istruttori teutonici. Io, per distinguermi, li portai da un buttero maremmano. Alla sera, mi mettevo all’uscio e invece di fischiare per richiamarli urlavo:maremma buhaiolaaaaaaa, e loro accorrevano per la pappa serale. Tesori.

Beh, li accomunò un tragico destino: ogni qualvolta si appropinquavano ai cespugli per espletare la minzione, venivano regolarmente impallinati dal mio vicino, cacciatore incallito. Lui sparava appena vedeva muoversi la siepe di recinzione, che era appena più alta dei miei hani. Assassino.

Poi mi feci furbo. Presi un cane di grossa taglia con un pelo lunghissimo. Feci scorta di gel studio line e lo miscelai con la brillantina Linetti. Con siffatto pastone modellai il pelo del quadrupede fino a renderlo un’onda impressionante alta quasi un metro. Una cresta pazzesca degna di un punk britannico fine anni 70.

Così visibile non fu assassinato, ma si ammalò di depressione perché oggetto di continuo scherno per l’enorme cresta sempre eretta. Infatti lo chiamavano…

L’ultimo dei miei cani.