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Era nato a due passi da Monte Castello di Vibio e colà aveva condotto la sua dorata e solinga esistenza. Le passeggiate umide di rugiada, di buon mattino alla domenica, erano state l’unico suo innocente svago. Mai una visita al minuscolo teatro del paese, mai una messa con i compaesani, né un bicchiere all’osteria.  Viveva per il suo sterminato allevamento in mezzo all’Umbria. Migliaia di pecore e agnellini. Belli, lanosi, soffici.

Si narrava fosse ricchissimo e che non frequentasse che i suoi animali. Sebbene la sua attività fosse universalmente nota, nessuno al mondo aveva mai conosciuto il suo nome. Curava i suoi agnelli come figli adorati e i compaesani che sovente lambivano i confini delle sue terre, si interrogavano attoniti su come potesse poi sopprimerli senza lacerarsi l’anima nell’udire l’ultimo belato.

Pochi giorni prima di Pasqua, in una ricorrenza che oltreoceano avevano appellato Agnus Day, masse oceaniche migravano da ogni dove a cercare la magia delle carni allevate a Monte Castello, per procacciarsi gli agnelli più teneri, saporiti e costosi del globo.

Gli avventori si accalcavano alla sua porta pregustando deliziosi cosciotti, magnifiche spalle, succulenti carrè, ma anche pancetta e coratella. Spingendosi tra la folla raggiungevano il bancone e, trafelati, chiedevano: “Signore vorrei….”  “Lo so, quattro agnelli.”… “Signore, per me….” “Per lei otto.” “Signore, cortesemente” ” Lo so, lei vuole….” Lo stupore si ripeteva ogni anno. Lui, sciamano pecorino, riusciva ad intuire con breve anticipo le ordinazioni dei clienti, rendendo ancor più magico l’agognato acquisto. “Signore, la prego, mi tiene in serbo la carne di…..” “Non si preoccupi, è già pronta.”

Quandò morì, anziano e nababbo, fu edificata per lui la più grande cappella votiva della regione. Sulla lapide, in assenza di indicazioni anagrafiche, fu incisa un’unica nozione.

Il Signore degli agnelli.

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