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Anche se il volo da Paris Orly era decollato in orario, tutti i passeggeri apparivano provati dall’attesa. Gonzala scoprì a breve che la compagnia low cost aveva accorpato tutti i quattro voli della giornata nell’ultimo, che finalmente dirigeva verso Venezia.

La sua testa era ancora intontita dai cocktail dell’afterhours nel lounge dell’hotel dove si era svolto il dealer meeting dell’area sales della sua trade company, forse perché non aveva mangiato a sufficienza né al coffe break, né al lunch time e il suo cheaf continuava a rabboccare il suo bloody mary, alternandolo a gin tonic.

Guardò dal finestrino le Alpi innevate e realizzò quanto odiasse volare, o meglio quanto avesse paura di precipitare. Si controllò le mutande. Ogni volta che intraprendeva un’attività che contemplasse un minimo di rischio, indossava biancheria nuova di zecca, per scongiurare il rischio di imbarazzanti ispezioni da parte del personale sanitario intervenuto sul luogo del disastro. Retaggio d’altri tempi, ma monito martellante. Si ispezionò l’intimità ed apprese con sconcerto di avere ancora addosso i pantaloni del pigiama. Con i disegni colorati della Pimpa.

L’aereo iniziò la fase di atterraggio. Il disturbo era sempre quello. Orecchie tappate, la melodia ricorrente di un cantore partenopeo che aspirava le h anche se assenti nel testo e un incessante tremolio dei polsi.

La navetta la trasferì dal Marco Polo a piazzale Roma. Gonzala, col solo bagaglio a mano dato che la sua enorme Samsonite era finita ad Amsterdam, aiutò un anziano signore coi tratti indocinesi ma assolutamente abile nella deambulazione ad attraversare la strada. Nel breve tragitto sulle strisce pedonali, l’uomo le raccontò dell’amato nipote, affermato e generoso, ma con l’unico difetto di guidare potenti auto tedesche di amici spilorci.

Arrivò finalmente a Murano col cuore gonfio di speranza. Voleva rivederlo, ma non sapeva in quale vetreria artigianale lavorasse. Ne visitò decine e alla fine lo vide: gli occhi di un profondo celeste, l’incarnato che solo un figlio di Andria poteva vantare. Lui, fissandola negli occhi, avvicinò la bocca al tubo e soffiò per lei un meraviglioso cupido. Lei provò a ricambiare ma riusci a modellare solo un ammasso grigiastro di vetro fuso. E poi, insieme, a bocche unite, soffiarono un cuore stupendo.

Presero le loro creazioni e corsero verso Venezia. Saltellando mano nella mano tra calli e ponti, salirono sul ponte di Calatrava e agganciarono un lucchetto. Noncuranti della denuncia per danneggiamento, si baciarono a lungo, si fissarono negli occhi complici e con unico gesto lanciarono in aria le opere che l’amore aveva soffiato per loro.

3 vetri sopra il cielo.

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