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E’ bella, Linda. E sexy pure: porta i jeans con i tacchi alti, medita il rossetto e cura per bene le unghie. E’ brava, Linda: fa i turni in ospedale e si occupa di chi sta male. Vuole tutto, Linda: le attenzioni mature di Bruno, la sicurezza economica di Alessandro, la trasgressione del sassofonista jazz. Il suo vero innamorato, però, rimane Corrado, suo fratello.

Di questo parla “Cera per le sirene“, terzo romanzo di Alberto Ragni (Scritturapura Editore, pagg. 176, € 11,00).

Attraverso gli occhi di Corrado ci innamoriamo gradualmente di Linda, la sorella che tutti avremmo voluto spiare dal buco della serratura mentre fa la doccia; quasi un atto dovuto alla bellezza.

L’aracnide di Forlimpopoli tesse una tela astuta solo per sviarci da Lei e ci narra dell’agonia dello zuccherificio dove lavora Corrado, nell’imminenza della sua chiusura. Con asciutta poesia, pennella le figure umanissime degli operai che controllano le temperature dei forni, la consistenza della pasta e tutti i dettagli tecnici della calata delle barbabietole dai camion provenienti dalla fascia adriatica della penisola.

Sono tutta l’Italia, gli operai di Ragni. Bestemmiano a denti stretti, ma contano le madonne che tirano, giocano a carte nei turni di notte, ma senza distrazione alcuna dalla mansione responsabilizzante che svolgono e all’ultima notte esorcizzano la chiusura della fabbrica con 21 chili di trippa di cavallo, in parte al peperoncino. Sono l’orchestra del Titanic che continua a suonare mentre la nave affonda; non è incoscienza anglosassone, la loro, e nemmeno rassegnazione mediterranea: è il pragmatismo romagnolo, che rende costruttiva la paura e concreta la speranza.

Ma i turni in fabbrica sono solo l’intervallo necessario tra Linda e ancora Linda. Lei che provoca Corrado in reggiseno mentre giocano a carte, che esce dalla doccia con l’accappatoio del fratello, che si toglie i Camperos e gli giace accanto chiamandolo tesoro.

E’ scandalosamente innocente il loro rapporto. Platonicamente incestuoso. E’ sincero e mai impuro e ti consente di scivolarci dentro senza sensi di colpa. Almeno fino all’epilogo, di cui parleremo quando l’avrete letto.

C’ero per la sirena. Questo il titolo immanente.

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