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L’aria pungente, frizzante e pura dell’altopiano gli pizzicava piacevolmente il naso. Era ancora seduto lì, sin dal primo albeggio sull’erba umida di rugiada, in attesa impaziente della sua bella all’orizzonte. Si ritrovò, sempiterno adolescente, a fantasticare un tenero abbraccio dopo un tempo inestimabile, mentre i fragorosi campanacci del pascolo adiacente rendevano fiabesca la sua quiescenza.

Non si erano più visti da quel Natale a Losanna. Certo, si erano scritti una mail alla settimana, ma la distanza incolmabile tra le rispettive sedi universitarie aveva reso vana ogni velleità di fisica riunione.

Scorse in lontananza un San Bernardo lanciato nel suo goffo galoppo, interrotto continuamente per annusare le api indaffarate sui fiori appena schiusi al primo sole. In lontananza, discrete, le tante residenze rurali degli apicoltori con il loro incessante ronzio di sottofondo. Dietro all’imponente cane, con lento incedere, si materializzò finalmente la figura immutata di lei.

Le corse incontro. Le baciò le guance rosse, sfiorandole i ricci corvini. Avrebbe voluto chiederle del nonno, di Clara, degli studi, ma non ve ne fu il tempo. Lei non proferì verbo alcuno e divincolandosi dal suo premuroso abbraccio, corse sotto un albero pieno d’api. Alveari, arnie, cestini e barattoli erano appesi ovunque. Il ronzio stordiva.

Ella si liberò del delizioso abitino a fiori e, adamitica e splendente, lo invitò ad avvicinarsi.

Il suo corpo, spinto dalla passione del ragazzo, aderì alla resina del tronco. Incollata all’albero, accolse come dovuti i sussulti dell’amante.

Ad ogni spinta piovve dall’alto una goccia di miele, e poi un’altra ancora e poi di nuovo miele, copioso, incessante: miele sui capelli, sulle gote, sulle labbra. Miele ovunque. Il miele si mischiò alla resina, si sporcò, si fuse con la corteccia e asciugandosi rese scultoreo ed eterno quell’amplesso alpino.

Dirty sexy honey.

Questo l’ultimo pensiero di Peter e Heidi.

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