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Stamattina mi sono svegliato con uno strano ronzio nelle orecchie. (No, non era l’invasor.)

La pressione alta produce un fastidioso ronzio. Questo già lo so.

Anche Sincerità della Arisa, che diolabbiaingloria, produce scompensi fonico-auditivi. Detta canzone è come la puzza di fritto:  ti alletta  nell’immediato, e ti ammorba per l’eternità. Per inciso,  se incontro ancora qualcuno che la canticchia, gli ballo la lambada sulle rotule. E io la lambada la ballo maluccio. Mica come la salsa e le meringue.

No, stamattina mi ritornava in cuffia con effetto larsen una parola tanto comune quanto gradita.

Il vocabolo in questione lo pronunziamo (bella la z aulica eh?), se siamo cortesi, almeno una decina di volte al giorno. Minimo.

Ne siamo avvezzi, è vero, ma lo pronunziamo ( aridaje co’ sta z) sempre in maniera scorretta.

La rivelazione è presto detta: noi diciamo GRAZIE con due z. Diciamo sempre GRAZZIE.

Provate. Anche senza sforzarvi nel raddoppiare. Semplice semplice, come fate di solito.

GRAZZIE. Così diciamo.

Provate a dire grazie, adesso. Sentito come suona, con una z sola?  Forzato, suona. Povero, quasi straniero. Eppure quando parliamo latino (e chi non lo fa) pronunciamo Gratia dei, con una singola z, quindi niente pippe fonetiche a giustificare il raddoppio.

Lo so. Son cose che fan pensare. Son cose che minano i capisaldi dell’incerta esistenza. Però promettete di dormire stanotte.

Grazie (?).

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