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L’ho riascoltata domenica sera, cantata da un Neri Marcorè finalmente cotto in “tutti pazzi per amore”, durante uno spassoso playback a bocca larga.
L’architetto Claudio Enrico Paolo Baglioni, ora liftato come la Loren, ce l’ha inflitta nel 1978, “e tu come stai”, e il relativo album in vinile è sempre stato parte integrante dei festini delle medie, nei garage, quelli dove i maschi stavano seduti a sinistra, aspettando i lenti, e le femmine sgambettavano una donna per amico, lamentandosi della cronica assenza maschile nei balli veloci.
Ma quando il diggei appoggiava la puntina del giradischi sul solco maledetto, beh allora tu che avevi girato e rigirato per tutto il garage senza sapere dove andare, tu che avevi ritrovato le sue iniziali nel tuo cuore, ti dirigevi sicuro verso i fianchi della tua compagna della prima fila. Quella biondina che a rivederla adesso nelle foto di classe realizzi quanto siano cambiati i canoni di bellezza negli ultimi trent’anni, era lì che aspettava di ballare un lento. Quel lento. E un cavaliere. Tu.
L’intro di pianoforte non era ancora terminata e tu l’avevi già cinta maschiamente e fatta roteare intorno all’indelebile macchia d’olio della 500 disegnata sulla pista da ballo.
Quando partiva “e tu come stai” ballavano anche i più sfigati, piroettavano le cozze, cuccavano gli scrausi, limonava il mondo.
Un miracolo che nemmeno Dreams are my reality, l’orrida nenia del Tempo delle Mele, ha potuto mai eguagliare.
Risentirla domenica, quella canzone, mi ha fatto gorgogliare la pancia.
Sarà stata la colite.