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Non c’ero mai stato, io, in un beauty center. Non ne avevo mai avuto l’occasione o, a dirla tutta, mi sarei vergognato parecchio a stare tra donne intente a farsi cerette inguinali, ascellari, body peeling, brushing o altre cose sconosciute che finiscono in ing, che mi dicono essere dolorosissime, ma, pare, ineluttabili sul lungo termine.
Ancora adesso che ho superato i trent’anni – da oltre dieci anni – l’intimità tra donne mi mette un po’ a disagio, sin da quella volta, nel salone di quella parrucchiera di periferia che si occupava mensilmente del mio ciuffo alla Brian Ferry.
Quel giorno mi trovavo, unico cliente maschio, con un asciugamano in testa in attesa della sforbiciata periodica. La discussione tra le sei donne sotto il casco virò improvvisamente verso le modalità più o meno delicate dei loro ginecologi durante le necessarie esplorazioni. I particolari non si fecero attendere. I commenti nemmeno. “E questo sembra un metalmeccanico e l’altro è morboso e quest’altro pare che non l’abbia mai vista. Però quell’altro sì che è delicato…. e carino anche”.
Io non presi parte al talk show, in compenso quella fu l’ultima volta che feci visita alla parrucchiera di periferia. Il ciuffo invece resistette fino alla prima guerra del golfo.

Il trattamento nel centro estetico me lo regalarono ad un compleanno di un paio d’anni fa. Il buono in cartoncino color salmone riportava una descrizione del regalo a me completamente ignota, anche perché al liceo le ore dedicate alla lingua inglese le trascorrevo scrivendo poesie futuriste ad una gonnellina celeste. Mi omaggiarono di un trattamento tipo total body brushing. Roba forte. Credo.
Rimandai volontariamente per diverse settimane la fruizione del simpatico omaggio per i motivi di cui sopra, ma all’avvicinarsi della scadenza del buono, in un pomeriggio di fine settembre, finalmente mi decisi.
All’ingresso del beauty center due ragazze vestite con tute d’argento mi sorrisero prelevandomi il titolo in cartoncino color salmone; una terza, parimenti agghindata, mi fece cenno di seguirla. Sembravano creature di Ian Fleming. Mi ricordavano le gnocche platinate e malvagie di James Bond, nei film anni sessanta.
Entrammo in uno stanzino minuscolo; l’aliena prese qualcosa da una scatola di cartone e mi disse: “ora deve spogliarsi, completamente, e mettersi questi. ”
Aprii quell’ammasso di carta giapponese e chiesi quale fosse il davanti e quale il dietro. Lei sorrise: “Di solito si mette la parte grande davanti.. però veda lei..”
“E lei resta?”
“No, la raggiungo fra cinque minuti.”
Mi spogliai in fretta e furia per paura che tornasse troppo presto e indossai la mutanda in carta, secondo l’uso, col grosso davanti.
Lo specchio mi fece disperare: un neonato XXL col pannolone gigante, una leggerissima rilassatezza addominale che sporgeva e le chiappe esposte e inutilmente intervallate da un simbolico filo interdentale.
“Ma perché…perché.. che ci faccio qui.”
Mi buttai a pancia in giù appena in tempo per il rientro della massaggiatrice. Mi spiegò che mi avrebbe cosparso di una mistura di alghe della Patagonia e cristalli ayurvedici di checazzonesò. Fango, in sostanza. Cominciò ad impanarmi tutto il corpo, natiche e viso compresi, con quella mistura verde. Nel frattempo mi pose una raffica di domande sul mio utilizzo quotidiano di cosmetici, ottenendo menzogne insostenibili, infarcite a caso dai nomi dei prodotti usati da mia moglie.
Dopo una mezzora di terribili sofferenze abrasive mi ordinò di fare la doccia e uscì. Lo specchio delle mie brame replicò il verdetto, ma stavolta, verde com’ero, parevo Hulk con l’abbonamento alla palestra scaduto da un anno.
La fanghiglia si era attaccata al corpo e ci vollero venti minuti di sfregamento ossessivo sotto l’acqua bollente per tornare umano.
Poi uscii in accappatoio. L’aliena mi fece notare che le mutande non si buttano a metà trattamento e finalmente mi spalmò per due minuti un olio che lenì solo in parte la devastazione delle mie abrasioni epidermiche.
All’uscita, le bond girls mi ricordarono che quel trattamento va ripetuto ogni trimestre.
“Senz’altro. Me lo segno.”

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