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Un caldo pomeriggio di aprile. Sto ancora finendo di ristrutturare la casa, di mercanteggiare il prezzo dei materiali, di cazziare orrendamente gli operai perché ci fosse una volta che vengono quando dicono, di arginare la vulcanica creatività della mia architetta ventottenne.

Ho traslocato, ho finito le energie, la pazienza, i soldi anche.

Sono impolverato nell’anima, inaridito nei pensieri, brutto dentro. Insomma, una personcina a modo che non vedresti l’ora di frequentare.

 

Salgo le scale d’ingresso, nuove di zecca, rifatte ben tre volte per indiscusso volere della vulcanica. Ad un tratto sento un flebile lamento provenire dal giardino confinante. Il mio orecchio è astioso, in linea con il mio stato d’animo e rifiuta semplicemente di passare la segnalazione acustica al cervello. Non ho sentito nulla; la mia giornata prosegue senza serbar memento alcuno di cotanto lamento. Dormo benissimo quella notte: niente segnalazione al cervello, niente senso di colpa. Indifferenza e Atarassia sembrano le mie affezionate sorelle gemelle .

 

Il giorno successivo esco di casa ripercorrendo – ovviamente – lo stesso tratto di giardino. Il lamento riparte,  più fioco, insistente, tuttavia. Salgo in macchina, accendo la radio sì da riempire il mio refrattario padiglione auricolare. Scappo via ché ho da fare io e poi c’ho tanti cazzi per la testa e ci manca pure…. Ma dai.

 

Trascorro una giornata pessima in studio. Una di quelle in cui vorresti intiepidire i clienti col napalm, senza fargli del male però, intendiamoci. Torno a casa imputtanito come un orbettino, sbatto la portiera, apro il cancello e mi dirigo all’ingresso. Il lamento riparte, sempre più flebile. Stavolta ha qualcosa di definitivo, di estremo. Ha come l’aria di essere all’ultima sequenza.

Mi avvicino alla rete metallica che separa i due giardini. L’erba è alta di là. La mia invece è ancora fango, grazie a Maurizio, il giardiniere che appare quando gli pare e mi fa sentire come Bernadette.

Dalla giungla spuntano due minuscoli occhi azzurri; un batuffolo di pelo nero si infila nei rombi della rete, ne attraversa uno, mi guarda negli occhi e senza attendere la mia reazione si accomoda sulla scarpa cessando d’incanto ogni miagolio.

Paraculi si nasce eh? Cosa vuoi da me? Perché non te ne torni da quella sgualdrina di tua madre, gatta, che si fa strombazzare e poi molla in giro i figli. Cosa ti sei messo in testa?

Lo so. Sensibilità da scafista albanese. Sono un uomo duro.

To’ un po’ di latte così la pianti di smaronare. Mangi e poi fili via.

 

E’ filato.

 

In casa però. Piccolo com’era avrà sbagliato direzione.

Qualcuno narra di avermi visto con un minuscolo biberon allattare il micetto ogni quattro ore, per settimane, investendo fortune in latte in polvere. Altri affermano di averlo notato mollemente acciambellato sulla mia pancia durante la visione di fiction poliziesche. Mia moglie, ancora incredula, attende con apprensione l’ora in cui le chiederò di prepararlo al forno con le patate, come usava, un tempo, nella città del Palladio.

Ma sono leggende. Nient’altro che leggende.

  

  

 

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Nella foto, appositamente sfocata per tutela del minore, il gatto Gianfilippo in braccio a sua madre, quella adottiva.

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