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Ehi, ma ce l’hai ancora in bocca?

Dai su, non dirmi che ti rilassa, che funge da lassativo e tu sei un po’ stitico, che ti scandisce il tempo, che il caffè non avrebbe più gusto senza; che a letto, dopo che hai fatto all’amore (io dico così, allora?) prelude alla seconda che presto farai (ma piantala, tanto dorme).

No, non dirlo.

Sono tutte sonore minchiate.

E’ ora di smettere definitivamente. Sì. Per sempre.

Per un solo motivo: non fumare è bellissimo.

Torni ad assaporare dei gusti che pensavi irrimediabilmente estinti.

I tuoi abiti odorano di nuovo, e solamente, di te o al massimo profumano della pasticceria dove ti sei fiondato a compensare l’astinenza (ma sì, mangiatela ‘sta frittola, dai).

Ti torna il fiato per correre dietro ai tuoi figli. Non li prenderai comunque, ma almeno c’hai provato.

Ti senti finalmente affrancato dalla claustrofobica scansione del tempo: i minuti tra una cicca e l’altra.

 

Libertà. Ecco quello che acquisti, smettendo. Libertà. Senti come suona? La senti la vibrazione, oh tabagista immaginario a cui daremo un nome folle, fiabesco, impensabile… che ne so… Gherardo? Da brividi, suona.

 

Metodi universali per smettere non ne conosco, ma ritengo decisivo un approccio profondamente umile. Si è tossici e bisogna riconoscerlo, altrimenti non se ne esce.

 

A me hanno regalato un libro, quello famoso: “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo” di Allen Carr. Ecco, magari non mi fare  l’intellettuale che mal sopporta la metodologia anglosassone che tende allo schema ripetitivo del concetto reiterato. Leggilo e basta. Con umiltà, appunto, perché l’unica puzza sotto il naso che puoi sentire è quella, tua, di fumo.

 

Poi fai qualcosa di forte. Prometti a qualcuno di importante che non toccherai più una sigaretta. Fallo sulla sua tomba. Ma non ucciderlo apposta, ti prego, utilizzane uno di già estinto.

 

E poi smetti, semplicemente per sempre.

 

Due anni. Oggi.

 

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