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Venerdì sera: disco. Roba di lavoro. Tocca andare.

Intanto cosa ti metti? Jeans strappati e maglione aderente con scollo a V? Bravo e se “per caso” Natale t’ha lasciato appena un filo di panza? Patetico.

Pantalone con le pinces e cardigan? Può essere, però fa tanto libera uscita dal college.

Meglio non rischiare: total look nero. Consueta mise da figlio di puttana (dai mamma: è un modo di dire). Elegante, adatto ad ogni tipo di locale e conforme al quarantenne consapevole, che quando esce mette sempre la giacca. Tra l’altro, se invece della camicia metti il dolcevita, nero ovviamente, puoi anche virare sull’esistenzialista ungherese.

Le cene in quei locali iniziano ad ore in cui solitamente stai già russando sul divano mentre scorre l’ispettore Coliandro, ma a te hanno detto di essere lì alle 21.

Alle 21 non c‘è nessuno, e aspetti che aprano le porte, senza cappotto perché tu la sai lunga e non vuoi mica fare la fila al guardaroba, quando esci.

La scimmia che ti martella la cervicale ti distrae dai porchi che stai tirando perché non arriva ancora nessuno dei tuoi colleghi.

 

Finalmente aprono le porte e corro dentro a scaldarmi.  Una valchiria con disoneste tette in esposizione (mi hanno detto) mi viene incontro con una cartellina, controlla se esisto e mi mette in mano un prosecco. Guardo la barista: è la stessa che nel pomeriggio fa le ricariche ai cellulari in centro, ma adesso ha i capelli più alti di un metro e il trucco che spaventa.

Novanta minuti di aperitivo. Alle dieci e mezzo sono già ubriaco perché non riesco a raggiungere le mozzarelline, mentre i prosecchi me li portano a turno gli amici per i brindisi di saluto.

Ci sediamo; ne avevo bisogno. L’antipasto è così così, il primo è terribile, il bis di farfalle è da CSI, la carne la ingurgiti per sopravvivere, le patate fanno cagare e il gelato lo mangi per toglierti il gusto delle patate.

Bevo il caffè, ghiacciato, e mentre poso la tazzina un cameriere mi toglie il piattino, un altro la tovaglia e una squadra di uomini neri mi smonta il tavolo in pochi secondi. Allora mi alzo di scatto e due ragazze  bionde dello staff mi sottraggono la sedia e la impilano con centinaia di altre. Reagisco. Cerco minime coordinate spazio temporali. Uno che, non richiesto, ci ha tormentato con lo swing per due ore, urla al microfono che adesso si balla.

Si balla? Ma si balla ancora come negli anni 80? Si muove avanti prima una gamba e poi l’altra? Si ondeggiano i pugni chiusi sopra le spalle? O si ancheggia? No, ancheggiare no. Non si sa mai.

Gin tonic. Così intanto guardo come ballano gli altri. Ma aprono le gabbie e arriva un’orda assassina di gente che mi spinge ovunque; mi cade la cannuccia, qualcuno mi deposita la sua coca (cola) sulla giacca e io, caspiterina, che avevo appena cominciato ad ondeggiare al ritmo del funky remember.

Mi prendono per un braccio e mi trascinano al piano di sotto, dai giovani, con la musica di adesso. Tun ci tun ci tun ci tun ci tun ci. Auguri Stefanooooooo. Padovaaaaa. Tun ci tun ci tun ci. Auguri Jessicaaaaa. Veronaaaaa. Salta salta salta Tun ci tun ci tun ci tun ci. Auguri Mary. Codroipooooo. E mentre mi domando quanta gente compia gli anni oggi, dei ventenni altissimi mi percuotono il fegato col ginocchio. Altri ci spingono in continuazione verso la consolle abitata da quattro marziani. Non c’è spazio fisico nella pista. Tengono le strobo accese per troppo tempo e comincio ad avvertire una leggera nausea. Auguri Gianlucaaaaaa Veneziaaaaaaa. Tun ci tun ci tutunci.

Proviamo a tornare al piano superiore, dagli anziani, ma ci mettiamo venti minuti perché le scale sono intasate di ragazzi che scendono. L’uomo dello swing adesso scimmiotta Tom Jones. Ne approfitto e vado in bagno. Ci metto solo un quarto d’ora.

Guardo il cellulare. Le due. Può bastare.

Saluto in fretta, pago, vedo la fila di gente che vuole entrare, realizzo che il fischio nelle orecchie me lo terrò tre giorni. Cerco il bavero del cappotto, ché sicuramente si gela. Ma il cappotto è in macchina, perché la so lunga io e non faccio mica la fila al guardaroba.

Quando sono fuori chiudo gli occhi.

Respiro il silenzio.

Chissà se mi hanno registrato Coliandro.

  

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