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Solitude

Pensate un attimo alla solitudine.

Ad essa diamo sempre accezioni negative e colorazioni fosche definendola come una sorte di tremendo castigo che il mondo crudele ci infligge, per motivazioni che spesso affondano radici nella sfortuna o nel nostro sgraziato aspetto psicofisico o nella nostra innata antipatia. Un enorme buco nero da colmare con doni inopportuni, parole incessanti che stordiscono preziosi silenzi, continue ricerche di attenzioni, contegni appiattiti quanto patetici, contorte manifestazioni di affetto.

Beh, la rivelazione odierna è che quella concezione di solitudine forse è distorta e comunque non è l’unica.

Svuotiamo la mente, torniamo indietro e guardiamo la cosa con prospettiva differente.

La solitudine è lo stato naturale che ci accompagna dal primo vagito all’ultimo rantolo; una condizione cosmica irrinunciabile, che corrisponde al trovarsi al cospetto di noi stessi. Lo facciamo quando cogitiamo, quando programmiamo la nostra giornata, quando ci rimiriamo allo specchio, quando ci prendiamo cura della nostra salute. Quale condizione fisica e naturale, proprio come il caldo e il freddo, non necessita di giudizi particolari. C’è e basta.

Nel momento in cui ci consideriamo e ci giudichiamo, abbiamo già compiuto quel processo di riconoscimento della nostra alterità che scaccia l’accezione negativa della solitudine. In quel preciso istante e da quel magico momento non siamo più soli, ma in compagnia di noi stessi. E vi assicuro che a volte è la miglior compagnia possibile, come ben sa chi predilige le regate in solitaria o scala le vette ascoltando solo il battito del cuore che si accorda con il vento.

Chi sta bene con se stesso ha sempre un sacco di gente intorno. Perché la compagnia è come una banca: concede crediti solo a chi sembra non averne bisogno.

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anime blogghe

Sono anime senza pelle, i blogger.

Li scovi nei blogroll altrui, tra un impegno e l’altro e succede che te li bevi a piccoli sorsi, gli rosicchi un po’ l’anima, ti appropri delle loro paure e dei loro sogni. E loro te lo fanno fare: ne hanno bisogno.

Si schiudono in modi diversi, il loro about è il viso truccato, ma nei post intimisti scopri chi sono e chi vorrebbero essere, cos’hanno perso per sempre, cosa li atterrisce, cosa li fa godere.

Sono tutti delusi, i blogger. Sono insoddisfatti dall’ipocrisia della conoscenza fisica, dall’apparire a discapito dell’essere, dal dover avere a tutti i costi. A volte sono esausti della quotidianità e si rifugiano nel loro circolo virtuale, che è privo di vincoli e quindi non tradisce.

Sono sognatori, i blogger. Vorrebbero scrivere di professione e camparci e farci i reading e leggere montagne di libri invece di lavorare o accudire; sono artisti intimiditi dall’apprezzamento delle proprie opere, oppure attanagliati da una disperata solitudine capace di fargli produrre strazianti scorci di sofferenza.

Sono compulsivi e monotematici, a volte. Trattano il sesso e la letteratura come la medicina che lenisce i vuoti inesorabili delle delusioni d’amore.

Sono poeti e poetici. Alcuni scrittori veri in attesa di editore, altri, geni, ma privi di talento letterario. Altri ancora, pochi, dei gran cazzoni in cerca di vetrine negategli altrove.

Raramente trovi straordinari catalizzatori d’affetto, col carisma esuberante che miscela l’amore all’alcool, che ti domandi come hai fatto a viverci senza, prima.

E quando succede che li incontri di persona, la dinamica d’approccio risulta stravolta. Perché gli conosci già l’anima e non ti curi del loro aspetto. Perché gli sei già amico, pur non avendoli mai visti. E spesso non dici ciao, o piacere. Dici: finalmente.

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