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pizza di classe

Cinema stasera. Siiiiiiiiiiiiiiì, ci- ne -ma, ci -ne -ma, ci-ne-ma.

No. Pizza coi genitori della classe del primogenito. Ma è sabato. E allora? In che altra sera vuoi organizzarla se poi i ragazzi devono andare a scuola il giorno dopo, dai!  Simulare un malore? Vile.

Pizza di classe, allora. Ciao ciao ah ma ti sei tagliata i capelli stai benissimo. Ah ma è tuo marito quello, mmmm. Dài, donne di qua e uomini di là. Ah ciao piacere, che lavoro fai tu? Medico. Ah e voi? Medico, pediatra, malattie infettive e medico di base. Se cenavo in ospedale trovavo più categorie professionali. Quello di fronte a me mi guarda e mi sorride: agricoltore. Evvai!

Picchi dialettici della serata:

1) se la giustizia non funziona dietro c’è un disegno politico.

2) Nove mesi per una mammografia è uno scandalo e poi vai privatamente e te la fanno in due giorni.

3) Gli OGM non son mica tutti nocivi: guarda il mais transgenico.

4) Il buon medico di famiglia lo vedi dai pazienti che ha.

5) I nostri figli lavoreranno nel mondo, mica in città.

6) Le figlie adolescenti rompono tanto i colllioni.

7) L’impatto ambientale dell’eolico in Toscana è accettabile. Quello visivo sul paesaggio ci si abitua.

otto) L’economia cinese prima o poi scoppierà.

Brusio assordante di preadolesceni sovraeccitati, gameboy a palla, mamme incazzatissime con l’assessora all’istruzione. Mollo prima di ciucciarmi via un master su Murigno, mi alzo, incrocio lo sguardo iniettato di sangue della rappresentante del consiglio d’istituto: “ho visto che tu e l’assessora siete amici su Facebook.” Mille occhi silenti che balenano di odio.

9) Io facebook non lo uso mai.

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Si ricomincia

Cartelle a posto? Diario? Quaderni?

Sveglia alle 6,40. Traffico impazzito, le mamme troppo truccate col suv parcheggiato in sala mensa, le lacrime, l’ansia, i compiti delle vacanze ontologicamente incompleti, il mare ancora sulla pelle, il sole negli occhi, i  compagni cresciuti in altezza, le compagne con le tette, le insegnanti ancora da perdonare, la fòrmica dei banchi, la polvere dei gessi, l’odore dei libri nuovi.

Stavolta non sono pronto per l’inizio della scuola.

Eppure l’ho finita da un pezzo.

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Sindrome aviopriva

Con che coraggio si può provocare disagio e turbamento ad un bambino di nove anni, proprio oggi?

Oggi che è l’ultimo giorno di scuola. Oggi che ormai le pagelle son fatte, che i voti sono stati assegnati, oggi che ci si saluta, si canta, si controllano le tette delle compagne di quinta, si pensa alle vacanze al mare, si gettano i libri dappertutto. Oggi che le gesonfè/riennevaplu, come dicono a Saint Vincent.

Con che coraggio tu, insegnante insensibile dai capelli mascolini e l’aria saffica, con che spocchia tu che addestri i discenti in lingua tedesca a guisa del dott. Mengele fracassando loro gli acerbi zebedei, con che diritto tu che fai il culo anche ai genitori per il gusto di farlo, con che animo tu che ci illudi con l’imminente pensione e invece sarai ancora d’intralcio ai maroni l’anno venturo, ecco, dico, con quale sentimento ieri gli hai assegnato compiti per oggi?

Io ti accuso. Sì, ti accuso di esser mossa da frustrazione cagionata da forzata e reiterata astinenza sessuale. Che ti si prolunghi all’infinito allora!

E a nome di tutti i bambini di terza ti voglio dire: FANCULO MAESTRA! 

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La felicità

Non l’avevano mai percorsa di notte, quella strada. L’aria si era fatta ormai mite e la capote poteva restare aperta, più per far contento il piccolo che per il clima. Lui col naso all’insù guardava tutte le stelle che ci stavano nei suoi occhi e ogni tanto rompeva l’incanto per rivolgere a suo padre qualche domanda cosmica sul numero delle galassie o il colore delle stelle spente, certo che sarebbe rimasta priva di riscontro. Poteva farlo, erano soli, loro due, e tornavano a casa dopo una giornata insieme.

- “Papà, perché ci sono tutte quelle ragazze sul marciapiede?”

- ” eh, perché perché. Lavorano.”

- ” E che lavoro fanno?”

- “Che lavoro fanno…vendono felicità.”

Tornò a guardare all’insù, soddisfatto di aver finalmente ottenuto una risposta, che gli parve, sul momento, adulta, sincera anche. Svoltarono verso la via della scuola, dove ancora albergava copioso il mercato della felicità. E poi a casa. A letto ché è tardi.

Al mattino, prima della scuola, il bimbo rubò alcune monete dal comodino del padre e se le infilò in tasca, evitando lo sguardo della mamma, che l’attendeva impaziente in macchina.

All’intervallo, poi, sgattaiolò fuori dal cancello ottocentesco dell’istituto, girò l’angolo e riconobbe una venditrice di felicità. “Signora “-disse – “quanta felicità può vendermi per cinque euro?”

La signora gli sorrise a lungo, lo prese per mano e lo condusse nella propria dimora, poco distante. In cucina, tagliò tre grosse fette di pane, le spalmò senza risparmio di nutella e gliele porse, materna.

La sera a cena, con gli occhi ancora sognanti, il bambino annunciò al padre: “Papà, lo sai che sono stato da una venditrice di felicità?” Il pover uomo sputò tutta la minestra che aveva in bocca e con un rantolo chiese confuso dallo sguardo inquisitore della moglie: “Ma….come. Insomma che hai fatto?

Guarda, la prima proprio di gusto, la seconda così così e la terza ero stanco e l’ho solo leccata.”

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(grazie pigi, muso ispiratore)

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